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Invasione digitale di UN PAESE IN POSA. 29 aprile 2018

Avete mai sognato di “invadere” un museo, un sito archeologico, un centro storico per diffondere la Bellezza condividendo la tua esperienza sui social media?
Diventa un invasore partecipando a Invasioni 2018, la sesta edizione in programma dal 20 Aprile al 6 Maggio: ➡️ http://bit.ly/patrinipartners_news_invasionidigitali
L’Invasione digitale è un’esperienza di gioco a 360°, un gioco-evento che è un fenomeno comunitario, crea aggregazione basandosi su interesse e passione!
A Barni, in Valassina, il 29 aprile dalle ore 10, ci si riunisce per conoscere il piccolo borgo, incontrarsi di persona, parlare, giocare e… mangiare piatti locali. Come è nello spirito dei cacciatori di tesori, scoprire in ogni suo lato il piccolo borgo sotto la lente d’ingrandimento.
Girando per le vie del paese si postano sui propri account social fotografie e pensieri che comunicano la realtà locale al mondo.
Venite anche voi a costruire un grande mosaico di una comunità, a presentate il piccolo paese della Valassina che si reinventa piantando semi di cultura attraverso il gioco!

INFO
– Barni sarà il primo paese della provincia di Como ad aderire all’iniziativa “Invasioni Digitali” che da 6 anni opera a livello nazionale e internazionale per la promozione della cultura, la scoperta del territorio e l’uso positivo degli strumenti digitali come mezzo per condividere le bellezze del nostro paese.

– Che cos’è un’invasione digitale? E’ un’occasione per trovarsi tutti insieme in un luogo ricco di cultura, storia, tradizioni per scoprirlo, coglierne la bellezza, viverlo ma anche per immortalarlo con macchine fotografiche, smartphone e tablet e poi condividere questa esperienza sui social.

– Per l’occasione tante attività previste per rendere la giornata ancora più interessante, in collaborazione con la Pro Loco, il gruppo Alpini, le attività commerciali locali, i volontari e gli alunni della scuola media Segantini di Asso che saranno “ciceroni per un giorno” in diversi punti di interesse del paese.

– Barni, decorato a festa, ospiterà delle postazioni dove sperimentare giochi antichi e nuovi e magari ritornare un po’ bambini. Dalla postazione informativa in Piazza Pio XI partiranno le visite guidate (ore 11 e ore 15, a richiesta altri orari) al museo a cielo aperto dove scoprire i 40 oggetti della tradizione contadina mostrati da altrettanti abitanti del paese. Durante la giornata una caccia al tesoro a premi (adesione singola con il contributo di 1€, partenza libera) renderà il tour fotografico ancora più intrigante. Tra le vie potrete scoprire tra gli scorci più interessanti anche alcune dimostrazioni di mestieri di un tempo, laboratori, tavoli creativi, e tante sorprese… Non mancheranno interessanti proposte culinarie tradizionali lombarde dalla trippa alla cassoela alla polenta in tante versioni tutte gustose che potrete trovare nei ristoranti o nei punti di ristoro in paese.

– Per l’occasione anche la Chiesa Romanica di San Pietro e Paolo sarà straordinariamente aperta dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 18. La chiesa sarà presto oggetto di restauro conservativo.

– In occasione delle invasioni digitali verrà presentata la piantina ufficiale del percorso disegnata da Mario Camerini, illustratore milanese che ha appena lanciato con successo la food directory Milano Tips di Zona Tortona presentata alla recente Design Week con molto successo.

A proposito di invasioni digitali

Oltre 200 eventi in tutta Italia per più di 30.000 partecipanti nella scorsa edizione di questa manifestazione che piace soprattutto ai più giovani.

In questa edizione 2018 di Invasioni digitali (www.invasionidigitali.it) che si svolgerà tra il 20 aprile e il 6 maggio si inserisce l’evento del 29 aprile di Barni legato alla scoperta del piccolo borgo comasco grazie al traino del percorso fotografico “Un paese in posa” ideato da Giulia Caminada, inaugurato lo scorso ottobre, ora meta da non perdere nel Triangolo Lariano.

A proposito del percorso “Un paese in posa”

“Un paese in posa. Ritratto fotografico di una comunità” è il progetto fotografico realizzato da Giulia Caminada nella comunità di Barni. Più di 600 persone si sono fatte fotografare, nell’arco di due anni, per dimostrare il loro legame col piccolo borgo della Valassina, dando forma visiva al sentimento di identità e di appartenenza.

Grazie a CulturaBarni, alla Regione Lombardia per l’anno della Cultura 2017/2018, al Comune di Barni, alla Comunità Montana del Triangolo Lariano, alla Pro Loco e al Gruppo Alpini di Barni, dal 30 settembre 2017, 40 ritratti del progetto, raffigurano 40 oggetti della tradizione contadina, sono diventati una galleria fotografica nelle vie del paese, un museo etnografico a cielo aperto.

Teresa Ciceri Castiglioni al Museo Giovio di Como

Teresa Ciceri Castiglioni è un’agronoma illustre, amica di Alessandro Volta, vissuta a Como nella seconda metà del ‘700. Di lei non ci era pervenuto alcuno scritto autografo ma negli ultimi anni è stato ritrovato nell’Archivio Notarile di Stato il testamento scritto di suo pugno. Teresa è una donna che ha avuto un ruolo nell’agronomia lombarda, riconosciuto anche dal governo austriaco di Maria Teresa: promosse l’arte di ” pettinare, filare, torcere e tessere a maglia la scorza di lupini” come scrisse Maurizio Monti nella sua Storia di Como.  Mise a punto un sistema per ricavare filo da tessere e fare tela dai lupini, una leguminosa della famiglia delle papilionacee, frequente nei terreni acidi, e si prodigò per la diffusione, fra i contadini delle sue tenute, della coltivazione dei pomi di terra, le patate, promossa dallo stesso Volta. Per questa sua scoperta, ma soprattutto per aver introdotto nel comasco la coltivazione della patata, la Società Patriottica di Milano il 1º febbraio del 1786 la nomina “Sozia Corrispondente Nazionale per le cognizioni e lo zelo rispettivamente agli oggetti dell’agricoltura e delle arti”.

L’esperimento, insieme a Volta, della coltivazione delle patate (pomi di terra), trovò un seguace in don Mario Monti, parroco di Brunate, che nel 1832 scrisse che le qualità di patate coltivate intorno al borgo erano dieci e che il dovere di fare questi esperimenti era dei ricchi proprietari di terreni.

A farla nominare membro di questa Società Patriottica di Milano fu Alessandro Volta che, in una lettera al cavalier Landriani, scrive: “…l’abate Carlo Amoretti porterà alla Società Patriottica la tela e le altre mostre di filaccia di lupini, che presenta alla medesima Società colla descrizione delle relative operazioni, la signora donna Teresa Ciceri, dama comasca, mia singolar padrona e amica…” (da Flavia Scotti nata Castiglioni). È grazie alla sua amicizia che Alessandro Volta, ospite nella sua casa di Angera, il 4 novembre 1776 all’Isolino Partegora raccolse in alcune bottiglie di gas che si sprigionava dalla palude che chiamò inizialmente aria infiammabile per poi in seguito venire classificato come metano.

Il suo testamento del 15 aprile 1820, stilato un anno prima della sua morte, ha aperto uno squarcio sui problemi economici della sua nobile e numerosa famiglia (aveva dodici figli, sei maschi e sei femmine) in continuo bisogno di denaro contante.

Di lei parlavano documenti ufficiali, relazioni scientifiche sulla filatura dei lupini presentata nel 1784, lettere di Alessandro Volta e il suo ritratto conservato al Museo Giovio di Como che raffigura una donna di florido aspetto, vestita dignitosamente ma senza sfarzo, dall’aria decisa. Sullo sfondo una ramo di lupini e dietro un foglio fitto di scrittura a ricordare la sua relazione su come trarre da questi un filo da tessere  e, accanto alla sua mano, seminascosta una medaglia d’oro assegnatale dalla Società Patriotica per il suo impegno a promuovere fra i contadini la coltivazione delle patate. Nel Museo è anche conservato un campione di tessuto da lei realizzato.

Negli ambienti del governo austriaco della Lombardia vicini a Pietro Verri incaricato dell’agricoltura, veniva individuata come una donna impegnata nella ricerca e nello studio (“Coltissima dama signora Donna Teresa Ciceri”). Figlia del conte Giobatta Castiglioni Zaneboni, si era sposata a vent’anni con un nobile quarantatreenne, Cesare Liberato Ciceri, appartenente a famiglia prestigiosa. La coppia andò ad abitare a Como centro, in un austero complesso di cinquantanove stanze. A Camnago avevano una notevole proprietà terriera di 438 pertiche e 21 tavole, le possessioni della Rienza e della Figarola, avevano servitù domestica, balie, staffieri e massari: quello che scarseggiava era il denaro liquido e per questo è ricorrente l’accensione di prestiti e l’attuazione di vendite di appezzamenti per fare fronte ai matrimoni delle figlie e fare studiare i figli (le pertiche di Camnago si ridurranno a 385).

Teresa resta vedova a quarantanove anni, nel 1799: ora tutti i suoi sforzi sono dedicati ad accasare le figlie, a recuperare prestiti e a chiudere i debiti accesi dal marito. Il testamento che  Teresa ha scritto, l’aveva affidato al genero Giuseppe Malachisio, marito della figlia Giulia. Gli eredi designati ed esecutori testamentari sono i figli Luigi e Giacomo che vivono con la madre nel palazzo patrizio in contrada Maddalena (l’attuale via Diaz): entrambi hanno intrapreso la carriera ecclesiastica, giungendo fino al canonicato della Cattedrale. Al primo posto nelle ultime volontà, secondo la consuetudine, l’obbligo di suffragare l’anima della defunta con cento messe. Poi le disposizioni sui beni. La figlia Anna, finché resterà nubile potrà godere dell’usufrutto di 1.500 lire: se però farà un buon matrimonio ( il che accadrà prima della morte di Teresa), il lascito andrà agli eredi. A questo punto troviamo una notizia che riguarda la medaglia d’oro raffigurata nel quadro. Alle figlie lascia “una possata intera d’argento bolata T.C. perché fatta con il valore della mia medaglia d’oro regalatami dalla Società patriotica di Milano”.

Questo ci dice molto del carattere di Teresa, della sua sollecitudine nei riguardi delle figlie, del suo senso pratico, della sua assoluta mancanza di vanità: una medaglia d’oro dell’Imperiale Corte non sarà mai esibita come segno d’eccellenza, né messa in cornice, né ostentata sulla persona; si è trasformata in un oggetto d’uso comune, anche se di pregio. Altre disposizioni riguardano degli orecchini di diamanti, dei fili di perle avuti dalla suocera e convertiti in un anello del valore di 100 zecchini, biancheria e vesti lasciate alla figlia Anna a una condizione: “col patto però che dia qualche cosa alla persona che mi assisterà in mia malattia”. La prima parte del testamento si chiude con un forte invito alla concordia familiare: “infine vi lascio per ultima volontà e gran desiderio di amarvi tutti in famiglia, scordandovi di tutto il passato, che così tanto ho sempre desiderato. Vi Benedico e ratifico con la mia sottoscrizione quanto scrissi di sopra. Vostra vera madre”.

Nel retro del foglio si legge un’aggiunta in data 22 ottobre 1820. Poiché la figlia Anna si era ben accasata e non aveva più necessità, Teresa destinò 300 lire “alla povera famiglia di Palermo”, quella del figlio Pietro, che aveva lasciato Como da tempo, dando scarse notizie di sé, per cercare fortuna nei commerci in Sicilia ma che, dopo essersi sposato e avere avuto una figlia, era morto in miseria nell’Ospedale dei Poveri.

Libera la cultura! il 29 aprile Invasione Digitale di Barni (CO) – un paese in posa

I bambini e i ragazzi di un tempo nemmeno troppo lontano giocavano sempre per strada. Pochi oggetti: qualche sasso, i tappi delle bottiglie, un corda, dei pezzetti di legno, le biglie, una palla….con tanta fantasia tutto si trasformava in un gioco meraviglioso. Le strade e le piazze erano luoghi vivi, rumorosi, chiassosi da dove si alzava a volte un canto popolare, spesso le risate dei bambini o le chiacchiere delle signore, ogni tanto il rumore dei carretti, raramente quello delle autovetture.

Il 29 APRILE cerchiamo di riportare per le strade di Barni un po’ di questa antica SOCIALITA’ non dimenticandoci che siamo nel 2018 e non possiamo prescindere dalla socialità che oggi va per la maggiore…quella DIGITALE.

A poco meno di un’ora da Milano vi aspettiamo per scoprire il piccolo borgo di Barni e le sue bellezze, il museo etnografico a cielo aperto “Un paese in posa” e la Chiesa di San Pietro e Paolo, gioiello romanico, il tutto accompagnato da GIOCHI ANTICHI E NUOVI e possibilità di assaggiare il BUON CIBO locale.

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INVADI ANCHE TU BARNI INSIEME A NOI

SCOPRI LE SUE BELLEZZE
FOTOGRAFALE E CONDIVIDILE SUI SOCIAL con gli hashtag#invasionidigitali #unpaeseinposa

IMMERGITI NEL NOSTRO BORGO RICCO DI STORIA, SCORCI, MESTIERI

LASCIATI INCANTARE DALLA STORIA DI OGNI OGGETTO ESPOSTO NEL MUSEO FOTOGRAFICO A CIELO APERTO

RITORNA BAMBINO CON I GIOCHI DI UN TEMPO

LIBERA LA CREATIVITA’ NEI LABORATORI A TEMA

IMPARA COSE NUOVE ALLE DIMOSTRAZIONI DI VECCHI SAPERI

#memoria #cultura #tradizione #turismo #divertimento

Durante la giornata troverai (programma in aggiornamento)

– visite guidate al percorso fotografico UN PAESE IN POSA
ore 11,00 e ore 15,00 (prenotazioni sul sito https://www.invasionidigitali.it/invasione/barni-invasioni-digitali-di-un-paese-in-posa-ore-11/ oppure https://www.invasionidigitali.it/invasione/barni-invasioni-digitali-di-un-paese-in-posa-ore-15/
a richiesta in altri orari scrivendo qui sull’evento o a [email protected]

– visita alla Chiesa Romanica di San Pietro e Paolo con i ciceroni che vi spiegheranno le sue meraviglie e la sua storia
(ore 10-12 e ore 14-18)

– CACCIA al TESORO fotografica sul percorso UN PAESE IN POSA, partenza libera in giornata, con estrazione a premi (ore 12 e ore 17) Iscrizione individuale presso la postazione CulturABarni in piazza Pio XI con contributo di 1 euro cad.

– GIOCHI della TRADIZIONE nel borgo di Barni nei vari angoli pronti per essere provati da voi e dai vostri bambini! Divertitevi come una volta e non solo!

– Gioco Social con INVASIONI DIGITALI: fotografa Barni e i suoi scorci e condividilo sui tuoi SOCIAL –Twitter, Instagram, Facebook, Pinterest, Snapchat, Linkedin con gli hashtag #invasionidigitali #unpaeseinposa #barni

– LABORATORI creativi e DIMOSTRAZIONI di vecchi saperi, dagli intrecci in legno, ai cribi, (in aggiornamento)

– PIATTI DELLA TRADIZIONE tutti da assaggiare (in aggiornamento)

Possibilità di visita guidata+pranzo/e o degustazione in una delle attività convenzionate a prezzo speciale!
Per informazioni: [email protected]

CulturABarni in collaborazione con Invasioni Digitali, Gruppo Alpini di Barni,Pro Loco Barni, Comune di Barni
Vi aspettiamo per le strade per conoscere il paese e per giocare “come una volta”. il 29 aprile trascorri anche tu una giornata in allegria con tutta la famiglia Barni!

VUOI PROPORRE UN’ATTIVITA? ORGANIZZARE UN GIOCO? AIUTARE L’ORGANIZZAZIONE? Contattaci!!

#PASSAPAROLA #barni #unpaeseinposa #invasionidigitali #liberalacultura

https://www.invasionidigitali.it/invasione/barni-invasioni-digitali-di-un-paese-in-posa-ore-11/

https://www.invasionidigitali.it/invasione/barni-invasioni-digitali-di-un-paese-in-posa-ore-15/

Evenmto Facebook–> it-it.facebook.com/events/1842195752740123/

Maggiori informazioni https://www.culturabarni.it/invasione-digitale-2018/

Un paese in posa a BIT 2018

#Barni, il piccolo borgo del Lago di Como, partecipa a #bit2018 con un progetto culturale rivolto a visitatori alla ricerca di luoghi e emozioni vere, interessati a interagire con le comunità locali.

#unpaeseinposa, il #ritratto fotografico di una #comunità vi aspetta, martedì 13 febbraio alle ore 15, a #milanofieracity, stand Regione Lombardia, per raccontarsi e raccontare.

#inlombardiaBARNI_15

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A spasso per Un paese in posa…

Un paese in posa è ora una galleria fotografica a cielo aperto, un museo diffuso della fotografia e dell’emozione che consta di una serie di installazioni fotografiche in 40 punti del piccolo borgo di Barni, in Vallassina. Spazi espositivi e spazi pubblici diventano parimonio della collettività e dei visitatori esterni. Il paese è arricchito da elementi che sono sia arredo urbano sia manifestazioni di cultura etnografica e fotografica, mediante l’esposizione dei 40 ritratti con i 40 oggetti della tradizione contadina.

Partecipare alla costruzione di un progetto come quello della galleria fotografica all’aperto è stato un gioco e un’opportunità per il paese che ha visto la collaborazione di moltissime persone, oltre che un gesto di amore per questo territorio.

Per questo vi consigliamo di visitarla! Assolutamente da non perdere.

Un paese in posa, Barni
Un paese in posa, Barni

#Barni #linguelocali #unpaeseinposa #lombardia #inlombardia #lagodicomo #como #lecco #milano #fotografia

In visita a Villa Erba, casa di Luchino Visconti

Sala specchi a lago, Villa Erba

Luchino Visconti descriveva così la sua dimora: “Villa Erba è una casa che noi amiamo molto, una vera villa lombarda, tanto cara. Ci riuniremo tutti la, fratelli e sorelle e sarà come al tempo in cui eravamo bambini e vivevamo all’ombra di nostra madre”.La storia
Il compendio di Villa Erba, nella sua attuale estensione, costituiva la parte principale della proprietà annessa al Monastero di Santa Maria Assunta di Cernobbio, retto dalle monache dell’ordine benedettino cluniacense.
La prima descrizione del monastero risale alla fine del quindicesimo secolo ed è contenuta negli atti della visita pastorale condotta dal Vescovo di Como Feliciano Ninguarda fra il 1589 e il 1593, secondo i quali il complesso ospitava 25 monache, le quali vi organizzavano un educandato ed amministravano le proprietà agricole.
Per ordine del Governo Austriaco, nel 1784, il Monastero di Santa Maria Assunta di Cernobbio venne disciolto e la proprietà immobiliare fu destinata ad essere assorbita nel “fondo di religione”, amministrato dalla Giunta Economale di Milano.
In seguito all’esproprio, la proprietà immobiliare venne scorporata, ed il nucleo costituito da chiesa, oratorio e monastero venne acquistata, nel 1816, dalla Contessa Vittoria Peluso, vedova del Conte di Paderno, già proprietario di Villa d’Este. Tale acquisto segnò la definitiva trasformazione dell’immobile in residenza aristocratica: la villa padronale venne ricavata nell’edificio del monastero, mentre i terreni circostanti furono trasformati in giardino all’inglese.
Alla morte della contessa, la proprietà passò ai nipoti, una dei quali, Peluso Giuseppa, maritata Cima, acquistò le quote degli altri comproprietari e cedette nel 1834 l’intero complesso al marito, dal quale, per successione, passò al figlio Cesare.
Nel 1882 Anna Brivio ed il commendator Luigi Erba, erede del fratello Carlo, fondatore dell’omonima società farmaceutica milanese, acquistarono la proprietà e decisero di costruire, tra il 1898 e il 1901 una nuova villa a lago, più ricca della già esistente Villa Nuova, a dimostrazione della potenza economica e della nobiltà della famiglia.
Gli Erba dimorarono spesso a Cernobbio, ricevendo illustri ospiti, artisti e personalità del mondo politico industriale. Convegni musicali, concerti e feste vivacizzavano l’atmosfera della villa ai primi del secolo.
Alla morte dei genitori la proprietà passò alla figlia Carla, la quale sposò a Cernobbio il duca Giuseppe Visconti di Modrone. Nei mesi estivi la famiglia, accresciuta dalla nascita di sette figli – tra i quali il noto regista Luchino Visconti –, vi trascorreva una buona parte delle vacanze e, quando donna Carla ed il marito si separarono, i periodi di permanenza a Villa Erba si allungarono. Donna Carla morì nel 1936. Durante la guerra la villa fu requisita dal Commissariato alloggi del comando germanico e, nel dopoguerra, suddivisa tra i fratelli Visconti, incominciò a rianimarsi: ripresero le tradizioni dei ricevimenti, balli e concerti.
Qui Luchino volle tornare quando, ammalatosi, all’apice della sua carriera, dovette sottoporsi ad un periodo di riabilitazione. A Villa Erba ultimò il montaggio del film “Ludwig”. Morì quattro anni più tardi.
Nel 1986 gli eredi Visconti cedettero la villa ottocentesca con gran parte dei terreni ad un consorzio pubblico che l’acquistò con l’intento di realizzarvi il complesso espositivo congressuale attuale.
La villa
Nota principalmente come dimora di Luchino Visconti, Villa Erba fu concepita a fine Ottocento, secondo l’ispirazione di tipo manierista, che le dona una carattere sfarzoso di immediata percezione.
Si articola in un complesso di portinerie, casa padronale, abitazione di servizio e foresteria, serra, darsena e scuderie. La villa si sviluppa su pianta quadrata, con ampie scalinate digradanti verso il lago, portico di ingresso ed una torretta panoramica che unisce la parte nobile all’ala di servizio, costruzione caratterizzata da una veste architettonica ben distinta dall’edificio principale, un tempo destinata agli alloggi della servitù.
Ciascun locale dell’edificio a due piani, è riccamente decorato dalle opere di Angelo Lorenzoli, il quale ideò e coordinò, coadiuvato per gli affreschi da Ernesto Fontana, l’insieme dei fregi variopinti, gli stucchi, le dorature, le pavimentazioni in ceramiche colorate, i legni pregiati e l’inserimento nell’architettura di particolari soluzioni di arredo e il riutilizzo di opere d’arte antiche nell’allestimento di pareti e soffitti. Gli affreschi di carattere figurativo sono opera del pittore Ernesto Fontana. Di grande qualità sono in molte stanze lampadari e torcere, così come i numerosi elementi di arredo, tra i quali la doppia serie di scanni di coro seicentesco in sala biblioteca, ancora, il prezioso rivestimento in “Cuoio di Cordova”, finemente lavorato e sormontato da un fregio di coronamento a putti dipinti ad olio su tela (di origine settecentesca proveniente da altra sede) che caratterizza il cosiddetto salottino giapponese o del the.
Di grande pregio sono, inoltre, i numerosi dipinti inseriti nelle decorazioni di pareti e soffitti tra i quali i celeberrimi strappi della ssala feste, attribuiti a Johann Christoph Storer, attivo in Lombardia nel 1600, e i decori di Angiolo D’Andrea, noto pittore della Bèlle Epoque milanese. I due grandi ritratti dei primi proprietari della villa, Luigi Erba e Anna Brivio, entrambi di Cesare Tallone, sono oggi tra le opere meglio conservate e situate alla base dello scalone che porta al primo piano.
Anche le sale del primo piano, sebbene con toni più domestici e meno imponenti rispetto agli sfarzi del piano terra, sono caratterizzate da raffinate decorazioni a parete, pavimenti e soffitti, tra i quali è d’obbligo citare il tondo ad olio con Madonna settecentesca, inserito nella pennellatura della parete.
Gli spazi esterni non coperti, immediatamente adiacenti alla villa, sono costellati di opere a carattere mitologico e storico, dello scultore Mazzuchelli, come i due leoni posti ai lati dell’ingresso delle carrozze sul lato ovest, verso il giardino.
È da ricordare, infine, come, nel corso degli anni, la villa sia stata oggetto di continue modifiche, le quali hanno permesso la sovrapposizione e la stratificazione di diversi interventi di grande sensibilità figurativa, interventi che documentano il gusto eclettico caratteristico dello stile del periodo.
In particolare, tra il 1920 ed il 1930, alcune variazioni sono state apportate nella distribuzione degli spazi e della sale: sono state collocate nuove vetrine nello spessore delle mura ed è stato realizzato un soffitto a cassettoni decorato con pregevoli dipinti neorinascimentali.
Attualmente, le ampie sale al pian terreno sono disponibili per la realizzazione di galà, banchetti, concerti ed eventi esclusivi, mentre le sale al primo piano, cui si accede attraverso un ampio scalone marmoreo, sono oggi sede degli uffici della società che gestisce il centro fieristico e congressuale internazionale.

 

C’erano una volta tanti moroni…

il gelso

“Stanocc  hu durmìi dala quarta.” “Anca me hu durmìi dala grosa” “Stanotte ho dormito della quarta”. “Anch’io ho dormito della grossa”. Da dove vengono questi modi di dire dei nostri vecchi? Come tanti altri detti popolari vengono dal mondo contadino; in questo caso sono presi dalla vita del baco da seta. La bachicoltura, infatti, ha rappresentato una delle attività più tipiche dell’economia locale, ed è stata la base per lo sviluppo dell’industria serica comasca.

Nel Medio Evo a Como si lavoravano panni di lana. La seta, originaria della Cina, era sì conosciuta, ma solo come prodotto importato da altre regioni. Poi nella seconda metà del secolo XV si cominciò ad allevare i bachi anche dalle nostre parti, dove venivano chiamati bigatti (da cui il nome di bigattiera al locale in cui si tenevano), ma più comunemente cavalée.

Le uova di baco si compravano a Como, in occasione della fiera del giovedì santo, ed i contadini andavano a sfregare il cartoccio sulle gambe del Santissimo Crocifisso, per avere la benedizione per una prospera riuscita dell’allevamento.

Fino alla metà del secolo XIX si allevavano solo bachi di razza ormai climatizzata come locale. Nella seconda metà dell’Ottocento si cominciò  a importare dal Giappone seme-bachi di razza più forte e redditizia, che veniva distribuito tramite la Camera di Commercio ed il cosiddetto Comizio Agrario. Furono istituite anche cattedre ambulanti di agricoltura, con esperti che alla domenica si recavano nei paesi a informare i contadini sui metodi migliori di allevamento. Il dott. Pasta di Mendrisio (che aveva fatto costruire la strada e il trenino del Monte Generoso) costruì alla Bellavista un locale refrigerato per conservare il seme-bachi nei mesi invernali.

Per far crescere i bachi ci voleva una grande quantità di foglia di gelso. Perciò il paesaggio delle nostre campagne a quel tempo era pieno di filari di gelsi, chiamati volgarmente moroni.

Lo sviluppo della larva del baco avveniva in trenta o quaranta giorni con fasi alterne di crescita, intervallate da quattro “dormite”, in coincidenza con quattro mute di pelle (della prima,  della seconda, della terza o della quarta, detta anche della grossa). Da qui appunto il modo di dire applicato alle persone: dormire della quarta, o della grossa.

Poi i bachi “andavano al bosco”, cioè si arrampicavano su cespuglietti di brugo secco o di ginestre, collocati sulle tavole: da quel momento cominciavano a sputare il prezioso filo di seta nel quale si avvolgevano chiudendosi nel bozzolo bianco-dorato. Il fabbisogno di brugo o di ginestre ci spiega come mai intorno a tutti i nostri paesi si mantenessero anche delle zone a brughiera con ginestre ed eriche.

Quando i preziosi bozzoli (da noi chiamati gallette) erano pronti, venivano staccati, selezionati (togliendo le scüscett, ossia quelli difettosi) per essere portati al padrone in gerle e cavagne o in apposite scorbe di legno intrecciato, o  ammassate in un telo di lino. Una buona raccolta era l’orgoglio e anche la fortuna dei nostri vecchi contadini.

P.S.

A corredo di queste notizie, aggiungiamo una poesia dialettale composta da Virginia Bernasconi Botta (originaria del Bontocco e abitante a Somaino di Olgiate) dedicata al ricordo dei moroni, intitolata appunto Murùn.

Murùn

di Virginia Bernasconi Botta

 

Dapartütt gh’era murùn,

i pràa, i camp éran pien da murùn,

murùn cunt i föi lüsént;

sota ai murùn ul paisàn al fiadava un mument.

Ul prim diségn che u faa a scöla al sarà stàa un murùn,

cunt i föi o senza, a segùnd dala stagiùn;

o cunt i föi giald che crudàva,

o cunt in gir la néf che fiucàva.

 

I föi da murùn diventàvan föia par i cavalée,

che ul regiùu al crumpàva e ia purtàva a cà in dal palpée.

Eran pinitt pinitt e pien da fam, vurévan föia da mangià,

e alùra tütt i föi di murùn bisugnava catà.

 

I cavalée stàvan süi tàvul in bigatèra,

a faagh adré l’era sempar la masèra.

Süla porta dala bigatèra gh’era un cadenàsc,

che me ala sira al tiràvi senza fa frecàss,

e dopu casciàvi dent ul cò par iscultà

ul rumùr che fàvan i cavalée a mangià;

tridàvan la föia, e ala mtina gh’era lì apena ul scarùn

di föi di murùn.