Polenta e saracch

La polenta veniva preparata tutti i giorni e la si mangiava soprattutto a mezzogiorno, appena tolta dal camino. Talvolta si mescolava alla farina gialla un poco di  farina di fraina; si salava l’acqua e si cuoceva la polenta sino ad ottenerla dura; veniva quindi rovesciata sulla mütina,  un piatto piano ottenuto con liste di nocciolo intrecciato, o sulla basla, un piatto generalmente di legno, talvolta con interposto un sugaman o un mantin, ampio tovagliolo, che veniva rivoltato sopra per mantenerla calda. Le fette di polenta erano tagliate con un coltello di legno o con un “filo” di corda sottile legato alla mütina. La polenta avanzata la si mangiava la sera, in alternativa alla minestra, o il giorno dopo fredda e affettata. Tra le varie pietanze che accompagnavano la polenta c’era un pezzo di formaggio magro, oppure un formaggino di capra e anche dell’insalata. Dopo aver versato la polenta, il paiolo vuoto veniva sottoposto a una fiammata: si staccava così, in croste dorate e croccanti, quanto della polenta era restato aderente al rame. Soprattutto i bambini ne erano golosi. Ogni tanto accompagnava la polenta il saracch (saracca), un pesce molto saporito perché tenuto a lungo, essiccato, sotto sale. In più dopo essere stato riscaldato su una graticola e reso tenero, veniva condito con olio e aceto ed era così in grado di dar sapore alla polenta. Il saracch, assai comune nel nostro territorio, veniva messo al centro della tavola e tutti i componenti la famiglia, a turno, vi strofinavano un pezzetto di polenta. Il saracch a volte veniva utilizzato per più di un pasto (vegniva cumpesà per mangial anca duman, veniva mangiato con parsimonia per mangiarlo anche il giorno dopo). Alla fine veniva mangiato diviso fra tutti i presenti. Qualche volta per insaporire la polenta, al posto del saracch, c’era un uovo in cereghin, che doveva galleggiare in molto condimento di burro, o la pucia che si  otteneva con la pestada de lard. Più raramente con olio di ravizzone o di linosa o con burro. Il burro era considerato condimento “da signori”, soprattutto in pianura dove il latte non era abbondante come tra i contadini delle valli montane. I maiali, invece, non mancavano e il lardo tritato sull’ass del lard era il punto di partenza per la preparazione di molti cibi. Dove il latte era più abbondante, in genere a nord della Brianza, si mescolava alla polenta ancora bollente del burro o del formaggio. Si otteneva in tal modo la pulenta uncia (o vunscia), il tocc (nella zona di Bellagio), la balota (palla di polenta e formaggio-strachino- alla brace), la pulenta cunscia (con polenta calda affettata disposta a strati), la taragna (in Valsassina). A volte si mangiava pulenta e lacc, altre volte si faceva una variante della polenta, il pult, polenta molto molle con aggiunta di farina bianca e poco latte, che aveva nelle diverse zone varie varianti (il ragell, per esempio). Con la polenta avanzata si poteva fare il mazafam.

D’inverno si teneva costantemente sulla stüa di ghisa un caldano in cui si cuocevano lentamente castagne secche e patate tagliate in quattro pezzi. Si trattava di un cibo assai comune. Le patate poste sopra le castagne prendevano una leggera colorazione violacea dalle castagne stesse e ne assorbivano il sapore.

Il pangialt e le zuppe. Anche il pangialt era una variante della polenta perché era confezionato con farina gialla e farina di segale. Il pangiallo serviva soprattutto per fare le zuppe e il pancott (pane ammollato e cotto). La zupa de scigulin (zuppa di cipolle) in molte case era la colazione del mattino. A colazione si mangiava zuppa o la minestra avanzata appositamente la sera precedente. Alcune zuppe si preparavano anche con il latte o con la quagiada (latte cagliato). Nei mesi primaverili venivano preparate minestre con ortaggi e con erbe selvatiche colte nei prati. Se si aveva qualche soldo si comprava del riso e si cuoceva col latte (ris e lacc).

Talvolta al pangiallo si univa della frutta e se ne otteneva un “dolce”, anche se nell’impasto non si metteva zucchero. Il più comune era il pane con l’uva fresca (quando c’era) o passa (ugheta), ma a seconda delle stagioni si poteva aggiungere fichi, pere, mele, pesche seccate. La farina  di grano arrivava raramente sulle tavole dei contadini e quando la si aveva si preparava con acqua, latte e uovo il paradell ( o laciada o cutizza o cutiscia).

Si cenava presto, intorno alle 17.30-18.00 di sera per poi andare a letto al ciar del lüm (al chiaro del lume) o in stalla a laurà (a lavorare), le donne a filà (a filare). Generalmente però alle 22.00 già quasi tutti dormivano, anche per non consumare luce o candele.

Carne, pesci, latte, polli, uova. La carne entrava nell’alimentazione della nostra gente soltanto in occasione di alcune solennità o di malattie. La carne del maiale, animale che si allevava con poca spesa perché mangiava di tutto, anche se le famiglie che l’avevano non erano molte perché servivano comunque molti rimasugli per ingrassarlo. Inoltre, la parte grassa si prestava ad essere conservata a lungo (lardo, pancetta, inasaccati), consumata nel tempo con parsimonia. Ma non dobbiamo dimenticare che le parti migliori venivano vendute o date al “padrone”. Alla famiglia del contadino restavano scarti, cudeghe, ossa senza carne (ma buone per il brodo), codino, ginocchi, piedini, orecchie, testa, sangue, interiora. Di buoi e di mucche ce n’erano pochi e servivano soprattutto per i lavori nei campi, ma quando se ne consumava il discorso era lo stesso. Sulle rive dei laghi non mancava il pesce, cibo quotidiano, che veniva fritto o bollito, ma anche messo in carpione, cucinato in umido, essiccato e salato per poterne disporre anche in periodi di bisogno.

In pianura il latte non era abbondante come nelle valli settentrionali più adatte all’allevamento che all’agricoltura e dove si preparavano anche formaggi. Polli e uova venivano richiesti spesso dai padroni e dai ricchi e venduti per ricavarne qualche soldo; spesso venivano ceduti come pendizi. Se ne mangiavano indurii o in ciapa nei giorni di Pasqua o in qualche solennità d’eccezione, in cereghin (al tegame per l’analogia con la cotta bianca ed il rocchetto bianco del chierichetto) con la polenta che veniva intinta, strapazzaa (sbattute con pomodoro o erba amara, sale e pepe cotte nel tegamino con burro), sbatüü (il tuorlo lavorato con un po’ di zucchero). Si faceva la fritada (la frittata), el zabajun (lo zabaglione), la rüsümada.

 Sempre coi borghi si faceva commercio anche di polli, riservandosene solo uno, magari vecchio e duro, per il giorno di Natale.

Leccornie. Mele, pere e noci di mezza montagna erano considerate squisite. I frutti erano conservati bene durante l’inverno nella paglia, in luogo dove non vi fosse pericolo di gelo. Nei siti comunali si raccoglievano in autunno sacchi di nocciole e, durante l’estate, mirtilli, fragole e lamponi. Non era in uso far marmellate, salvo che di sambuco. Si mettevano i grappoli in un gran caldano e si cuocevano per ore e ore. Ne usciva il  vin de sambüc (vino di sambuco), chiamato anche melet, nero come inchiostro, denso, dallo strano sapore, veniva conservato come medicina da prendere in caso di tosse.

Lo zucchero, costoso, non tutti potevano permettersi di acquistralo; veniva sostituito per i bambini e i malati, dal miele. Quasi ogni famiglia che possedeva un orto presso casa teneva le api, con arnie primitive, i bisö. Persino il sale era tenuto prezioso sia per gli uomini che per gli animali.

Natale. Soltanto a Natale c’era un mangiare diverso dal solito e si mangiava carne büida (carne bollita), ad esempio, la büsèca (trippa), il pollo o il cappone ripieno. Si mangiava anche il risotto con lo zafferano e magari con i funghi. Le persone che potevano facevano anche una torta casereccia o una specie di pane magari con fichi secchi e uvetta.

Fare forbici e coltelli in Vallassina e nell’Alta Brianza.

fare forbiciA Canzo, in particolare, è legato il ricordo, a far data dagli inizi del Quattrocento, della presenza di un’attiva miniera di ferro. A quel tempo Canzo fa parte della “Corte di Casale”, il territorio composto da sporadiche case attorno ad Arcellasco e dai piccoli borghi di Longone, Proserpio, Caslino, Castelmarte e Canzo, facenti parte della vasta Pieve di Incino. Nell’anno 1472, i 500 fuochi (le 500 famiglie) che compongono la Corte di Casale vengono date in feudo dal Duca Galeazzo Maria Sforza ad Antonio e Damiano Neuroni, detti I Missaglia. Di questa famiglia si ricordano Pietro Negroni che dal piccolo borgo di Ello si reca a Milano per esercitare l’arte delle armi e suo figlio Tommaso, soprannominato “il Missaglia” dal nome del villaggio dove esercitava la sua attività. Tommaso fu il primo vero maestro d’armi della famiglia e “Missaglia” resterà ad indicare i suoi discendenti fino a sostituirsi al cognome Negroni. Fra il 1420 e il 1430 egli fece diventare la famiglia “Missaglia” la più importante e stimata produttrice di armi a Milano e le sue armature erano richieste in tutta Europa. L’officina dei Missaglia realizza opere prestigiose per gli Sforza, la famiglia d’Este, per il re di Francia Luigi XI e per le truppe papali. Ma la data più importante per questa famiglia è il 15 giugno 1472 quando Antonio e Damiano, figli di Tommaso, diventano Conti e feudatari della Corte di Casale. Era il sogno raggiunto di grandezza e prestigio.  La storia racconta che Antonio Negroni, il Missaglia, scopre sui monti di Corte di Casale una miniera di ferro, la Tampa, costruisce un altoforno e compera fucine e mulini insieme col feudo per far progredire la sua fabbricazione di armi. E ciò avviene nell’interesse dello Stato, poiché rende Milano indipendente dai Veneziani per l’importazione del ferro. Con la morte di Antonio, nell’anno 1496, la fabbrica cominciò a decadere e presto i figli e i fratelli cessarono la fabbricazione e il commercio delle armi. La storia racconta anche di numerose dispute fra i boscaioli e i proprietari della miniera, a causa del grande quantitativo di legna che serviva per far funzionare gli altoforni che lavoravano l’estratto della miniera. Il gruppo de “I nòst” di Canzo, ha reso accessibile in questi anni l’entrata nella vecchia miniera che si trova in zona Runcaò, nei pressi del Castello di Canzo. Alcune ricerche d’archivio hanno anche recentemente permesso di ritrovare a Milano, nello stemmario del Cremosano, araldista milanese del 1600, il Sìmbul da la comunànza, lo stemma della Comunanza di Canzo, che documenta l’esistenza a Canzo di un’antica comunità rurale, organizzata probabilmente, su solide basi di libertà ed autonomia tale da manifestarsi nell’antico stemma ritrovato. Una riproduzione dipinta a mano su legno di castagno, un simbolo popolare. Su un campo di fondo azzurro, brillano sette stelle d’oro. Le stelle circondano tre disegni, sempre d’oro, raffiguranti tre altiforni, indice dell’importanza della lavorazione del metallo per il luogo.

Dell’attività di battere il ferro  probabilmente non si è mai persa traccia in Alta Brianza (l’attuale denominazione che comprende gran parte delle terre della Corte di Casale), in Vallassina e nel Pian d’Erba dove, fino agli anni Settanta/Ottanta del Novecento, fare fobici e coltelli era un’attività abbastanza diffusa. Ora le botteghe artigianali e le ditte sono molto diminuite, ma testimoniano ancora un’attività che aveva in questa zona uno dei suoi centri più tipici. Spade temprate, vomeri dell’aratro, coltelli di tutti i tipi, i più disparati attrezzi per il lavoro nei campi, le umili forbici la cui invenzione si perde nella notte dei tempi ma il cui uso si è perpetuato, in varie fogge e modelli attraverso i secoli. Soltanto agli albori dell’era industriale tuttavia, con la nascita dei magli a stampo, la fabbricazione delle forbici divenne lavoro di piccola serie e assunse importanza economica. Generazioni di operai-contadini trascorsero la propria esistenza forgiando questi oggetti e lavorandoli con le mole ad acqua in riva al Lambro, arrotondando con quest’attività le magre entrate dell’agricoltura.

Attorno agli anni Ottanta del Novecento, la fabbricazione di forbici stampate a caldo è ancora la più caratteristica e importante industria del Pian d’Erba e della Vallassina e conta circa venti complessi industriali veri e propri e oltre 200 imprese artigiane, con oltre duemila addetti complessivi. Nel dopoguerra, la conquista dei mercati stranieri è avvenuta con grande sacrificio di tutti: lavoro sottocosto che ha significato per anni lavorare dieci ore al giorno o più, senza riposo il sabato e talora la domenica, coinvolgendo nell’attività anche le donne, i bambini, gli anziani. Essa ha coinciso con la nascita dell’artigianato forbiciaio: lasciato il lavoro dei campi e rifiutato il lavoro in fabbrica, molti iniziano una nuova attività, spesso nella cantina o nella ex stalla, costruendo nel tempo la casa sulla bottega sottostante.

Alla fine dell’Ottocento la ditta Mauri Ignazio di Canzo (nei pressi dell’attuale Oratorio di Canzo) è una delle prime botteghe canzesi a uso artigianale. Dalle maestranze qui formatisi usciranno poi tutte le altre. Dopo la prima guerra mondiale, emergerà la ditta Visconti Antonio di Asso. Negli anni altre importanti ditte di produzione di forbici e coltelli sono state la Lombarda stamperie (davanti all’attuale supermercato Effe 3), la Ilca diventata poi Fucine di Canzo, ora area dimessa nei pressi del ristorante Zuppiera. Nel secondo dopoguerra, si affermano la Verri e Pina e la Canali.

Nel secondo dopoguerra forbici e coltelli sostengono un’economia forte per la zona, fino agli anni Settanta del Novecento, quando per molteplici motivi si assiste al crollo del mercato, in seguito allo svolgimento di detta attività da parte di nazioni più povere della nostra. Per la produzione di coltelli, si ricorda la ditta F.lli Colombo (in una costruzione che sorgeva dove ora sorge il supermercato Effe 3) e la ditta Pina Cosmo di Canzo. Nel 1958 ad Asso viene fondato il Consorzio Esportatori Forbiciai di Asso, che resterà in vita fino al 1995: una sorta cooperativa che distribuiva il lavoro sul territorio e ritirava il prodotto finito.

Fino alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, la maggior parte dell’acciaio lavorato nella zona arrivava dalle Acciaierie di Cogne, in Val d’Aosta, prima che venisse sostituito dall’acciaio tedesco. L’acciaio di Cogne era un ottimo metallo per forgiare attrezzi di lavoro da taglio.

Ma in che cosa consiste l’attività artigianale sottesa per esempio alla realizzazione di una forbice da lavoro da sarta? Dal pezzo semilavorato d’acciaio che proviene dalla stamperia, un esperto mulèta di una tradizionale ditta del territorio racconta che fino a non molti anni fa occorrevano 63 lavorazioni manuali per finirla, da lui ricordate e annotate.

Il mitico Circuito del Lario e della Valassina

 

Si calcola che 80-100.000 persone abbiano assistito alle ultime edizioni del Circuito del Lario e della Valassina. L’arrivo del pubblico cominciava il giorno precedente e continuava ininterrottamente per tutta la notte; provenivano da tutta Italia, in particolare dall’Italia settentrionale, con ogni mezzo. L’affluenza assumeva, nelle ore precedenti l’inizio della gara, l’aspetto di una vera e propria migrazione. Corso tra il 1921 e il 1939 il Circuito del Lario è stato un grande spettacolo di folla che si dava appuntamento sulle strade del Lario e della Vallassina per una giornata di grande sport nel verde di una delle più felici zone delle Prealpi Lombarde. Gli archivi dello sport hanno catalogato un materiale immenso e i nomi di chi lo scoprì, di chi lo fece disputare per la prima volta, di chi lo propagandò, di chi lo rese celebre, di chi lo vinse… Sono passati più di settant’anni, ma il ricordo del Circuito è vivo nella mente di molti che l’hanno visto passare. Sandro Colombo, nato a Valbrona nel 1924, laureato in ingegneria meccanica, ha collaborato con Gilera, Bianchi, Ossa, Innocenti, Ferrari, Magneti Marelli e Piaggio. Attualmente è direttore responsabile della rivista Leggend Bike. E il ricordo del Circuito è ben vivo nella sua mente. Ricorda quando bambino, alle sei del mattino, era sulla strada per vedere i piloti in allenamento. Il suo punto di osservazione era prima di Visino, dopo il ponte sul torrente Foce. Si sentiva il rumore da lontano, quando le moto salivano dalla “Taiada”, come era chiamata la strada che sale da Asso, per la sua ultima parte “tagliata” nella roccia. Ricorda che i bambini avevano imparato a conoscere il rumore particolare dei diversi motori e, appena sbucavano dalla curva del “Puntecc”, a riconoscere i piloti in un attimo, prima che sparissero in un nugolo di polvere lasciando solo l’odore pungente dell’olio di ricino bruciato. Ricorda le folle del giorno della corsa. Molti giungevano sul circuito provenendo dai sentieri di montagna per evitare il pagamento del biglietto d’ingresso che era riscosso dopo la stazione di Asso, altri in bicicletta o in moto, gli ultimi con le corriere che passavano poco prima della chiusura del percorso. Il “Lario” infatti, oltre a rappresentare con il Gran Premio delle Nazioni a Monza il più importante appuntamento motociclistico dell’anno. Non era solo una corsa, ma anche un festoso appuntamento estivo che richiamava folle impensabili da ogni parte dell’Italia settentrionale. Molte erano le comitive, spesso caratterizzate da qualche comune capo d’abbigliamento come vistosi foulard multicolori e come i cappelloni di paglia dei forlivesi al seguito di Arcangeli o di Bandini con l’inconfondibile scritta “Noi, Forlì il Mondo!”. Dal punto di vista agonistico il tracciato presentava non poche difficoltà: oltre 300 curve disseminate lungo i 36 chilometri del percorso ed i 550 metri di dislivello fra Onno e la Madonna del Ghisallo. A queste si aggiungevano il pessimo sfondo stradale, le massicciate negli attraversamenti dei paesi, i muretti e le rocce che affiancavano le strette carreggiate. Al “Lario” hanno corso e vinto tutti i maggiori piloti del ventennio che va dal 1921 al 1939, date della prima e dell’ultima edizione: Amedeo Ruggeri, Ernesto Vailati, Ugo Prini, Pietro e Mario Ghersi, Achille Varzi, Tazio Nuvolari, Luigi Arcangeli, Aldo Pigorini, Carlo Fumagalli, Dorino Serafini, Nello Pagani, vincitore dell’ultima edizione e unico dei grandi campioni del passato tuttora vivente. Sul Lario sono state scritte pagine indimenticabili della storia di molte Case motociclistiche italiane, dalla Garelli alla Moto Guzzi, dalla Bianchi alla Gilera alla Benelli. Alla sua organizzazione, iniziata ed affidata per molti anni al Moto Club Lombardo, hanno sempre partecipato attivamente i Comuni toccati dal percorso mentre le poche industrie presenti, a cominciare dal cotonificio Oltolina di Asso, hanno dato contributi per cercare di far quadrare la sempre difficile situazione economica dell’organizzazione, fortemente penalizzata dalle difficoltà di riscossione del biglietto d’ingresso. A questo elemento, alle sopravvenute difficoltà di blocco della circolazione e all’inadeguatezza del tracciato in rapporto alle aumentate prestazioni dei mezzi è dovuto il definitivo abbandono della gara nel dopoguerra. Oggi, il Comitato Triangolo Lariano ha finalmente riunito, nel comune intento di dar vita a una rievocazione che ha fatto epoca, tutti i Comuni e i Club Motociclisti della zona e questo atto va letto come un ritorno a quell’antica solidarietà che si era rivelata indispensabile negli anni in cui la corsa aveva luogo. Risorgerà un’altra volta? Gli appassionati lo sperano, perché se c’è una corsa motociclistica che può rivaleggiare con il T.T. Inglese (Tourist Trophy), quella è il Circuito del Lario. Lungo le strade del Lario a 30 chilometri l’ora.

Il Carnevale di Schignano

Carnevale_Schignano

Si preparano nelle stalle e nei fienili fuori dal paese, si vestono di tute da lavoro lacere, di pelli di pecora, si imbottiscono di fieno, di paglia, di foglie di granoturco, si mettono sulle spalle gerle piene di rifiuti portando una vecchia valigia o una pelle di coniglio. Sulla testa portano grandi corna di bue e maschere di legno magari con il naso girato da una parte, il mento storto dall’altra, un occhio piegato. Corrono qua e là facendo risuonare i loro campanacci di latta, si rotolano per terra, piombano al suolo come morti… Sono i brut del carnevale di Schignano in Val d’Intelvi.

I bèi si preparano invece nelle proprie case con l’aiuto delle donne della famiglia. Essi indossano un grande cappello decorato con piume, fiori e nastri colorati. Sul petto reso gonfio da un’imbottitura di foglie di faggio raccolte in autunno e essicate per l’occasione perché leggere e elastiche – un tempo erano usate per imbottire i sacconi dei letti – sono particolarmente adatte  a conferire al torace (butàsc) del mascherato un aspetto rigonfio, di forma il più possibile regolare. Al collo portano collane, catenelle, orologi. L’abito è confezionato con scialli e colori. Sul volti i belli portano splendide maschere in legno. Alla cintura hanno quattro campane (bronze) che camminando emettono un suono squillante e gradevole; in mano portano una bambolina, una racchetta da tennis, una tabacchiera… un oggetto che è in sostanza bello e inutile e lo mostrano con gesti di importanza alle persone del pubblico. I personaggi dei brutti e dei belli si uniscono nel corteo mascherato ignorandosi sistematicamente. Aprono il corteo due sapor, vestiti con pelli di pecora, baffi lunghi e folta barba, con un’ascia sulla spalla e una borraccia ricavata da una zucca svuotata, il volto dipinto di nero. Il loro nome e la loro funzione richiamano quelli dei “sapeurs”, gli zappatori dell’esercito francese. La segurtà, generalmente costituita da due personaggi per lo più anziani, con mantello, bastone, copricapo preferibilmente militare, ha il compito di vigilare sul buon andamento del corteo. Dopo la fugheta, piccola banda del paese, seguono i bei e i brut, tipici questi ultimi, nella figura di gobbi, di zoppi, di mendicanti. Un uomo vestito miseramente porta in spalla uno zaino da cui spuntano le teste di otto o dieci bambole, tanto per far vedere che è carico di figli, un altro mascherato porta una gabbia con un gatto e una gallina mericana (americana) che fanno un gran fracasso, la donna che porta il marito nella gerla, gli orsi al guinzaglio. Classica è l’antica figura del mascarun, bellimbusto sbruffone con l’addome rigonfio, abiti sgargianti, cappello decorato di fiori e di pizzi, con sonore campane di bronzo appese ai fianchi. Lo accompagna la ciocia, moglie-serva petulante e bisbetica, sempre in pianti e borbottii.

Il corteo finale, apertosi nel pomeriggio di martedì grasso (l’ultimo martedì prima della Quaresima), si conclude, verso sera, in piazza, dando fuoco al Carlisèp, fantoccio di paglia del Carnevale che muore bruciato: i belli piangono il tempo del divertimento che finisce, mentre i brutti esultano.

Il tempo di Carnevale cominciava con il giorno di Sant’Antonio, ma in effetti, lo si festeggiava negli ultimi tre giorni, dalla domenica al martedì grasso nel territorio posto sotto la diocesi di Como, e dal martedì al sabato in quello ambrosiano, dove si parlava di Carvevalone. Un informatore ottocentesco scriveva <<Fingevasi di piangere la dipartita e quindi camuffati in tutte le pose e con rumore facevasi la solita percorrenza per le strade cantando: L’è mort ol Carnevà!(…). A Barni e in alcuni paese della Valassina la sera del venerdì grasso i giovani giravano per il paese con il volto tinto di nero e camuffati, raccogliendo farina per poi fare sulla piazza la festa di magnan, mangiando la polenta che veniva preparata e distribuita ai presenti. A Canzo, si ricorda la festa di murné, perché i ragazzi col viso infarinato e ornati con rami di lauro i giovanotti rincorrevano le ragazze per cospargerle di crusca, beffando quelle con qualche anno in più perché fà crusca significa restar zitelle.

Fuochi e sagra di San Giovanni: la più grande festa del Lago di Como

isola comacina

La nascita del Battista. Mentre dei santi si celebra il giorno della morte che è nascita alla vita eterna, di san Giovanni Battista, così come di Gesù si commemora la venuta a questo mondo. Al momento dell’Annunciazione, ossia nove mesi prima di Natale, Elisabetta, madre di Giovanni, era al sesto mese di gravidanza per cui il Battista nacque sei mesi prima di Gesù. In quella data, il 24 giugno, il sole ha superato il solstizio dell’estate e i giorni si abbreviano sino al Natale, quando il sole, dopo il solstizio d’inverno, riprenderà a risalire nel suo corso: così il precursore scomparirà davanti a Gesù, la vera luce delle anime. I solstizi erano occasione di feste pagane destinate ad onorare l’astro che dà la luce. La Chiesa anche qui cristianizzò gli antichi riti collegati alle cerimonie per le essi e per la fienagione istituendo le feste di San Giovanni e di San Pietro. Si diceva che la rugiada della notte di San Giovanni fosse benedetta. Si accendevano falò e sulle montagne vi era l’uso che i pastori di bestiame li saltassero perché sarebbero stati immuni da contagio. I tizzoni, che si reputavano benedetti, venivano buttati sui campi e sui pascoli. La consuetudine dei fuochi, diffusa d’altronde in tutta Europa, può considerarsi una prosecuzione del rito magico pagano che si compiva in occasione del solstizio per distruggere le forze maligne che avrebbero portato danni all’agricoltura. Tradizioni agricole antichissime, dunque, sempre connesse al corso del sole. Nei paesi dove al Battista era dedicata una chiesa, la festività era particolarmente solenne. Ma la più straordinaria festa si celebrava e si celebra sull’Isola Comacina. Legata alla più grandiosa vicenda storica che si svolse sul Lario, la sua vitalità superò i secoli ed ancora oggi numerose sono le manifestazioni che affascinano spettatori locali e di ogni parte del mondo.

San Giovanni di Pieve d’Isola. La leggenda è raccontata in un documento a stampa del 1683 conservato nell’archivio della Pieve di Isola. Dopo il Mille, l’Isola si alleò con Milano contro Como. Distrutta Como dai Milanesi, quando la città lariana risorse per volere del Barbarossa che distrusse Milano ponendo la sua base a Como – dove ricostruì le mura e innalzò il Castel Baradello -, i Comaschi si presero feroce vendetta cacciando dall’Isola gli abitanti che ripararono sulla sponda opposta nel borgo di Varenna e mettendo a ferro e fuoco le fortificazioni, le case e persino le chiese. Da allora l’Isola non fu più abitata. Sterpi e rovi coprirono i ruderi dell’antica potenza, il tempo cancellò il ricordo del passato.

Correva il 1435 e da sette anni i raccolti venivano rovinati da furiose tempeste, quando un pellegrino di passaggio si avvicinò ad un uomo di Campo, chiamato Marinoso, tessitore, e gli chiese ristoro della sua mendicità. Quello rispose che volentieri lo avrebbe aiutato se non avesse avuto il raccolto distrutto dalla gragnola. Il pellegrino lo invitò allora a seguirlo e salì con lui la montagnetta detta Castello di Isola. Lì lo consigliò di chiamare gente e di scavare sotto le radici di una noce: avrebbero trovato i resti di un tempio ed un altare dedicato a San Giovanni, al quale nel giorno della nascita del santo, sarebbero dovuti venire ogni anno a celebrare la messa. Per cinquantatrè anni, tanto durò la devozione suggerita dal santo in veste di pellegrino, il territorio venne risparmiato dalle tempeste. Poi si tralasciò la processione e il tempo nuovamente imperversò distruggendo le messi. Si riprese allora il culto, venne costruita una cappella e da allora la pia consuetudine non fu più abbandonata. Tanto racconta il foglietto datato 11 gennaio 1638 e così tramanda la leggenda popolare.

Inizialmente la cerimonia che si svolgeva in occasione della festività del santo consistette in una processione del clero che, venendo a lago con le reliquie di Sant’Abbondio conservate nella plebana, saliva su barconi pavesati i quali, partendo dal lido di Balbiano presso Campo, giravano attorno all’isolotto, guidati da una scorbiessa su cui un capitano sventolava una bandiera colorata, seguiti dal popolo su barche. Presa terra sull’Isola i sacerdoti salivano alla chiesetta e celebravano la messa. Col tempo la cerimonia divenne più spettacolare. Sulle rive si rappresentò il Mistero di San Giovanni, avvicendando ogni anno lo spettacolo della nascita del precursore, recitato dagli uomini di Sala, a quello della decollazione, rappresentato dagli uomini di Ossuccio. Vi è una petizione del 1734, nella quale sindaco e deputati della comunità di Ossuccio e di Spurano chiedono che venga concesso a 24 uomini di portare archibugio, nonostante i divieti in corso per poter glorificare con spari il trasporto delle reliquie, tra le quali vi era anche il legno della Santa Croce. Tale domanda era giustificata dal fatto che non si potevano impiegare mortaretti sulle barche.

Il vescovo monsignor Mugiasca, su relazione dell’arciprete e dei canonici di Santa Eufemia che lamentavano disordini, ubriachezze e litigi in occasione della festività, fece un’inchiesta; non prese però provvedimenti, così come non ne adottò il suo successore. Alla fine, però, in seguito all’insistenza dell’arciprete Raffaele Baguti, che in particolare segnalava lo scandalo dei “gesuoli” innalzati lungo la salita della chiesetta con dentro delle fanciulle travestite da Maria Maddalena o da altre donne, motteggiate dai giovanotti, la sacra rappresentazione fu abolita. Rimasero tuttavia la processione e l’illuminazione notturna del percorso  e delle case con i tradizionali lumaghitt, formati da gusci di lumache riempiti d’olio. Nel 1800 si volle accompagnare alla manifestazione religiosa la rievocazione della distruzione dell’Isola e alla sera precedente la festività, si fecero galleggiare sulla “Zoca de l’oli” fuochi accesi. In questi ultimi decenni, infine, se questa cerimonia, con maggiore o minore solennità è sempre stata continuata i “fuochi di San Giovanni”, invece, ormai sembravano relegati al passato. Sovraffollamento, caos, violazioni all’ordine pubblico e alla pacifica convivenza durante le ultime edizioni… La “sera dei fuochi” fu vietata. Era la principale manifestazione di folclore della “Pieve d’Isola” e di tutto il lago, seguita il giorno dopo dalla secolare sagra di San Giovanni. La festa è stata da una decina di anni ripristinata. Fino a una ventina di anni fa era una delle poche – se non l’unica – festa del lago che avesse preso notorietà internazionale. Numerosi erano i turisti che da germania, Francia, Inghilterra riservavano gli alberghi in riferimento alla festa e al suo contorno di folclore.

La tradizione del vetro soffiato

Bellagio, Palle in vetro soffiatoDi solito sono donne, che con infinita pazienza e accuratezza realizzano e dipingono le più belle decorazioni natalizie in vetro, che addobbano gli alberi più famosi degli States. E’ l’arte del vetro soffiato applicataagli addobbi natalizi, che a Bellagio rappresenta una tradizione che affonda le sue radici nella storia, e che nel tempo è rimasta invariata, lasciando alla creatività e alla sapiente manualità tutto il processo produttivo, dalla soffiatura alla decorazione fatta a mano.

Queste palle natalizie oggi sono famose in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti e nei piccoli negozi tra i vicoli di Bellagio potrete scoprire questi fragili e magnifici pezzi unici, frutto di un artigianato locale senza paragoni.

Una giornata a… Milano

Visita alla chiesa romanica di San Pietro a Barni

san pietro, barni

Superato l’abitato di Barni, sorge su una lieve altura pianeggiante – anticamente denominata burg (borgo) – l’antica chiesa di S.Pietro, primitiva parrocchiale delle due località di Magreglio e Barni. La dedicazione a S.Pietro, principe degli apostoli, indica l’antica dipendenza della parrocchiale dal feudo dei monaci benedettini di San Pietro al Monte di Civate.

Pur ignorando la data dell’edificazione, dall’analisi delle testimonianze ancora visibili e ben conservate – in particolare dall’antico campanile romanico e da alcuni affreschi – è possibile ritenerla una delle più antiche della vallata. La torre campanaria risalirebbe addirittura al 1025-1050 e si sviluppa con una monofora e una doppia bifora. Al suo interno racchiude due antiche campane che portano l’iscrizione del 1420 e del 1454.

All’esterno dell’edificio religioso, nella lunetta sopra la porta d’entrata, vi è raffigurata la Vergine Maria Regina in Trono. All’interno della chiesa, nella conca absidale, vi è dipinta una Crocifissione e numerose figure di santi. Completa la raffigurazione dell’immagine del Padre Eterno, dello Spirito Santo in forma di colomba e degli angeli in adorazione. Nella parete destra l’immagine di S.Francesco, in quella sinistra, la figura di S.Lucio, protettore di pastori e lattai ma anche esempio tipico di carità. Infatti viene rappresentato mentre ha in mano una forma di formaggio e nell’altra un coltello nell’atto di tagliare il cibo per distribuirlo ai poveri. La tradizione popolare vuole S.Lucio di origine bergamasca, fuggito dalla sua terra per la cattiveria dei paesani e rifugiatosi in val Cavargna, dove oggi si trova un famoso santuario dedicato a lui. Egli visse santamente beneficiando con l’esempio e la carità i poveri e i pastori di quella valle.

La villeggiatura sul Lago di Como e in Brianza

VacanzeInFamigliaSulLago

Il fenomeno della villeggiatura sul Lago di Co­mo e in Brianza è di antichissima data: per la mitezza del clima e l’amenità del paesaggio, già in epoca romana il Lario fu teatro della realizzazione da parte dei ceti più abbienti di ville sontuose. Plinio il Giovane, per esempio, possedeva, oltre a numerose ville nell’Italia centrale, almeno due residenze nel Comasco, che aveva letterariamente intitolato alla Comoe­dia e alla Tragoedia; dove fossero situate non è noto, e anzi quasi tutti i paesi del lago si contendono il privilegio di averle ospitate. Dopo la lunga parentesi del Medioevo, la villeggiatura tornò ad affacciarsi sul Lario con il Rinascimento, quando il comasco Paolo Giovio, uno dei principali umanisti della prima metà del Cinquecento, si fece realizzare nel sobborgo di Vico, presso la città di Como, una villa che chiamò Museo, cioè luogo dedicato alle Muse. La villa di Paolo Giovio era per˜ stata realizzata con materiali effimeri, con attenzione rivolta più ai contenuti che al contenitore; scomparve quindi rapidamente dopo la morte del proprietario. Ma la diffusione delle ville sul Lario non si arrestò più; nella seconda metà del XVI secolo e all’inizio del successivo furono edificate la Pliniana a Torno, la Gallio a Gravedona e poi la Villa Gallia a Como e il Balbiano a Ossuccio, tutte decorate da affreschi, dipinti e collezioni di oggetti d’arte (oggi, purtroppo, in gran parte perduti). Nel periodo neoclassico, nel volgere di pochi decenni venne realizzata una grande quantità di ville, spesso per opera di importanti famiglie milanesi, luoghi di ozio e di vita mondana. Particolarmente significativo fu l’affollarsi delle ville nel borgo di Vico, dove intorno alla seicentesca Villa Gallia si allineò un’interrotta serie di ville realizzate in stile neoclassico, culminata tra la fine del Sette e l’inizio dell’Ottocento con l’edificazione della grandiosa Villa Olmo. Protagonisti di questo periodo furono alcuni architetti ampiamente attivi in tutta la Lombardia (come Simone Cantoni, Leopoldo Pollack, Carlo Felice Soave, Giacomo Tazzini, Luigi Canonica), affiancati da personaggi di risonanza locale, ma non meno preparati (come Innocenzo Regazzoni e Melchiorre Nosetti). Anche le aree più distanti dalla città videro in questo periodo il fiorire delle ville; quasi ogni paese ne conserva almeno una, con le concentrazioni più significative a Blevio, Torno, Cernobbio, Tremezzo (con Villa Car­lotta), fino all’episodio più alto di Bellagio, do­ve la Villa Melzi (progettata da Giocondo Albertolli) costituisce, con il suo vasto giardino, un capolavoro assoluto dell’architettura del periodo. Numerosi gli edifici anche sulle pendici collinari: a Erba, Anzano del parco, Alzate Brianza, Casnate con Bernate, Fino Monrasco. Contesto particolarmente privilegiato è il lago: scenario insostituibile per conferire piena valorizzazione agli edifici, ma anche perchè svolse una fondamentale funzione di collegamento. Le numerose leggende di dialoghi tra villeggianti da una sponda all’altra (famosa quella del concerto a distanza tra Vincenzo Bellini e la cantante Giuditta Pasta) rendono bene il clima dell’epoca, quando le acque del lago erano percepite non come elemento di se­parazione ma di unificazione. Dopo la seconda metà dell’Ottocento, alle famiglie nobili si sostituirono infatti i rappresentanti della nuova borghesia industriale; particolarmente significativo fu per esempio l’acquisto all’inizio del Novecento della Villa Gallia da parte della famiglia Crespi, proprietaria del Corriere della Sera. Il territorio vide lo sviluppo di nuove infrastrutture (strade, ferrovie, funicolari) e il tardo neoclassicismo cedette il passo all’eclettismo, al revival degli stili storici (primo fra tutti quello medioevale, tra romanico e gotico), al liberty, al Razionalismo. Diverse erano anche le dimensioni di questi nuovi edifici  e le localizzazioni, che dai terreni più vicini alle sponde si espansero progressivamente alle pendici dei monti e poi ai paesi vicini, fino a trasformare radicalmente i territori di comuni come Brunate e Lanzo Intelvi. Non mancarono, in questo periodo, sulle sponde lariane esempi altissimi di architettura: la Villa Monastero di Varenna (eclettica), la Villa Gaeta di Acquaseria (neomedioevale), la Villa Bernasconi di Cernobbio (liberty) e la Villa Leoni di Ossuccio (razionalista); ma è soprattutto nella quantità di ville e villini (che si aggiunsero ai numerosi alberghi, grandi e piccoli, di lusso o popolari, sia in Brianza che sul Lario) che il territorio comasco rinsentì di questa nuova stagione della villeggiatura, preludio al turismo di massa del secondo dopoguerra.

Fra i capolavori, a Como, Villa La Rotonda. Edificata alla fine del Settecento per la marchesa Villani di Milano su progetto di Leopoldo Pollack. Deve il suo nome all’originale salone ellittico che sporge verso il lago. All’interno, oltre al salone decorato da stucchi, particolarmente interessante lo scalone opera di Luigi Cagnola. E’ attualmente sede della Provincia di Como; Villa Gallia. E’ la più antica tra le ville del Borgo Vico, costruita sul luogo della cinquecentesca villa Il Museo di Paolo Giovio. Edificata all’inizio del Seicento per l’abate Marco Gallio, è basata su una semplice planimetria, con un grande salone centrale a doppia altezza e due logge a piano terra, una verso il lago e l’altra verso monte. Se ne ignora il progettista, così come ancora anonimi sono gli artisti autori degli affreschi del salone (probabilmente i fratelli Recchi e Isidoro Bianchi). E’  attualmente sede della Provincia di Como; Villa Olmo. Edificata per la famiglia Odescalchi, venne iniziata su progetto di Innocenzo Regazzoni, cui subentrò il più famoso Simone Cantoni. Grandioso esempio del neoclassico lombardo, presenta un corpo allungato (dal quale alla fine dell’Ottocento vennero eliminate le due ali protese verso il lago). L’ interno presenta raffinate decorazioni con stucchi e affreschi: di particolare pregio sono il grande salone a doppia altezza e l’imponente atrio a tre piani (di fine Ottocento). Il grande giardino presenta una zona all’italiana, verso la riva, e una all’inglese, sul retro della villa. A  Cernobbio, Villa Erba. All’interno di un vasto parco, la residenza è una delle più sontuose realizzazioni di fine Ottocento; in stile neomanierista, fu costruita nel 1894-98 su progetto degli architetti milanesi Gian Battista Borsani e Angelo Savoldi. é attualmente di proprietà pubblica; Villa D’Este. L’attuale Grand Hotel occupa il luogo della villa del Garrovo, probabilmente eretta per la famiglia Gallio. All’inizio dell’Ottocento l’edificio divenne residenza prima dei Calderara-Pino e poi della chiac­chie­ratissima principessa Carolina di Brunswick e in tale periodo venne ristrutturata in una sontuosa veste neoclassica. Nella seconda metà del secolo fu trasformata in albergo dal barone Ciani. Di particolare interesse, oltre ad alcuni elementi decorativi interni,  il giardino dove allo scenografico viale con esedra, giochi d’acqua e nicchia si affiancano le pittoresche fortificazioni in miniatura erette in onore del generale napoleonico Domenico Pino. Tra le altre numerose ville dislocate sul territorio, ricordiamo  a  Torno – Villa Pliniana, a Lenno – Villa Balbianello, a Bellagio – Villa Melzi, a Tremezzo Cadenabbia – Villa Carlotta, a Gravedona – Palazzo Gallio, a Varenna (LC) – Villa Monastero.

LASNIGO TRA SCRITTI E MEMORIE

Giulia Caminada, Lasnigo tra scritti e memorie, Comune di Lasnigo_850x768

Di Lasnigo potrebbero balzare all’attenzione che ha dato i natali al prevosto Carlo Mazza, autore a fine Settecento delle Memorie storiche della Vallassina; il recente restauro della chiesa romanica di Sant’Alessandro; il suo legame con Giovanni Testori; il traguardo del Circuito del Lario e Valassina nella prima metà del Novecento; la nota di Carlo Emilio Gadda al primo capitolo, parte seconda, della Cognizione del dolore; il ricordo al paese di Michele Moretti, alias Pietro Gatti, passato alla storia come l’uomo il cui mitra è servito a giustiziare Benito Mussolini; la Conca di Crezzo da dove si può ammirare lo stupendo panorama del Lago di Como verso Lecco e sulle Grigne. Lasnigo tra scritti e memorie di G. Caminada e A. Cappellini è un approfondimento di un lavoro svolto dal settembre 2007 al dicembre 2008 da due classi della Scuola Media Giovanni Segantini di Asso. Raccontano il viaggio fatto dai ragazzi delle classi II B e II C (alla fine del lavoro ormai classi terze) alla ricerca delle piccole cose, preziose tracce della cultura e dello spirito di un luogo che Lasnigo ancora conserva. È un viaggio nello spazio, tra le vie del piccolo paese di Lasnigo in Vallassina, ed è un viaggio nel tempo, lungo la linea immaginaria che dai tempi più antichi giunge fino al XXI secolo. Zaino in spalla, macchina fotografica, quaderno per gli appunti, fermata dell’autobus e Lasnigo svela segreti e bellezze nascoste da raccontare poi su quaderno e grandi cartelloni: questo, in sintesi, il lavoro svolto. Ad ogni viaggio seguivano incontri tra le classi che facevano emergere non un paese invisibile o inventato, ma un paese reale e concreto. Che tutti conoscono ma che pochi vedono, che tutti percorrono ma nessuno guarda. E che nessuno ascolta. Per le classi che vi hanno lavorato è stato essere dentro un progetto e il momento dell’analisi creativa di un progetto è l’assimilazione dei contenuti. Così ci siamo impregnati di Lasnigo e della sua storia e l’abbiamo fatto ricercando e ascoltando chi ci parlava del paese: le persone che il paese l’hanno vissuto sin dalla più tenera età e gli scrittori che da centinaia di anni a questa parte hanno scritto qualcosa sul paese stesso. Certo, perché Lasnigo un libro che raccontasse la sua storia non l’ha e noi abbiamo provato, con questa ricostruzione bibliografica, a cercare di parlare di Lasnigo attraverso alcuni scritti che, in anni più o meno recenti, l’hanno preso in considerazione. Quelli per lo meno più conosciuti. Il libro è una rielaborazione approfondita degli argomenti trattati in classe con i ragazzi e propone diversi livelli di lettura: quello tradizionale, della ricostruzione bibliografica con svolgimento logico degli argomenti e quello delle immagini, con vecchie fotografie ritrovate o fatte per il libro dal Gruppo Immagine di Pusiano. Abbiamo così raccolto un intreccio d’informazioni che accostate una dopo l’altra formano una nuova unità. Una prima riflessione per la storia di Lasnigo che deve ancora essere scritta, scavando in primo luogo negli archivi comunale e parrocchiale. Il lavoro ha mosso da un’indagine che potenzialmente ha un grande valore scientifico per giungere ad un obiettivo principalmente didattico. Non è facile conciliare queste due dimensioni ma, in fondo, quello che il laboratorio intende trasmettere è l’importanza di un adeguato rispetto, che si traduce in una divulgazione seria e approfondita, del materiale raccolto con impegno da parte dei giovani allievi. Con questo libro vogliamo restituire quest’esperienza agli studenti della scuola media di Asso e alle loro famiglie, ai bambini e ai ragazzi che ogni giorno percorrono il nostro territorio senza più saperlo guardare, alla comunità di Lasnigo, a quanti si ritrovano nel nostro progetto e apprezzano le metodologie di collaborazione scuola-territorio: per aver cura dei luoghi di appartenenza, per migliorarli e per restituire agli individui lo statuto di cittadinità. Questo è stato possibile grazie alla grande sensibilità del sindaco di Lasnigo, Patrizia Mazza, e del dirigente scolastico della scuola media di Asso, Mario Berardino, che da sempre hanno creduto nella concreta collaborazione fra enti e istituzioni e nella sperimentazione di modalità nuove di apertura al territorio; alla condivisione del progetto con il professor Alessandro Cappellini con il quale ho quotidianamente condiviso la progettazione del percorso educativo-didattico e il lavoro concreto con le classi e alla collaborazione con il grafico Germano Porro. Info: Comune di Lasnigo.

Giulia Caminada 

VITA SUL LARIO