In visita a Villa Erba, casa di Luchino Visconti

Sala specchi a lago, Villa Erba

Luchino Visconti descriveva così la sua dimora: “Villa Erba è una casa che noi amiamo molto, una vera villa lombarda, tanto cara. Ci riuniremo tutti la, fratelli e sorelle e sarà come al tempo in cui eravamo bambini e vivevamo all’ombra di nostra madre”.La storia
Il compendio di Villa Erba, nella sua attuale estensione, costituiva la parte principale della proprietà annessa al Monastero di Santa Maria Assunta di Cernobbio, retto dalle monache dell’ordine benedettino cluniacense.
La prima descrizione del monastero risale alla fine del quindicesimo secolo ed è contenuta negli atti della visita pastorale condotta dal Vescovo di Como Feliciano Ninguarda fra il 1589 e il 1593, secondo i quali il complesso ospitava 25 monache, le quali vi organizzavano un educandato ed amministravano le proprietà agricole.
Per ordine del Governo Austriaco, nel 1784, il Monastero di Santa Maria Assunta di Cernobbio venne disciolto e la proprietà immobiliare fu destinata ad essere assorbita nel “fondo di religione”, amministrato dalla Giunta Economale di Milano.
In seguito all’esproprio, la proprietà immobiliare venne scorporata, ed il nucleo costituito da chiesa, oratorio e monastero venne acquistata, nel 1816, dalla Contessa Vittoria Peluso, vedova del Conte di Paderno, già proprietario di Villa d’Este. Tale acquisto segnò la definitiva trasformazione dell’immobile in residenza aristocratica: la villa padronale venne ricavata nell’edificio del monastero, mentre i terreni circostanti furono trasformati in giardino all’inglese.
Alla morte della contessa, la proprietà passò ai nipoti, una dei quali, Peluso Giuseppa, maritata Cima, acquistò le quote degli altri comproprietari e cedette nel 1834 l’intero complesso al marito, dal quale, per successione, passò al figlio Cesare.
Nel 1882 Anna Brivio ed il commendator Luigi Erba, erede del fratello Carlo, fondatore dell’omonima società farmaceutica milanese, acquistarono la proprietà e decisero di costruire, tra il 1898 e il 1901 una nuova villa a lago, più ricca della già esistente Villa Nuova, a dimostrazione della potenza economica e della nobiltà della famiglia.
Gli Erba dimorarono spesso a Cernobbio, ricevendo illustri ospiti, artisti e personalità del mondo politico industriale. Convegni musicali, concerti e feste vivacizzavano l’atmosfera della villa ai primi del secolo.
Alla morte dei genitori la proprietà passò alla figlia Carla, la quale sposò a Cernobbio il duca Giuseppe Visconti di Modrone. Nei mesi estivi la famiglia, accresciuta dalla nascita di sette figli – tra i quali il noto regista Luchino Visconti –, vi trascorreva una buona parte delle vacanze e, quando donna Carla ed il marito si separarono, i periodi di permanenza a Villa Erba si allungarono. Donna Carla morì nel 1936. Durante la guerra la villa fu requisita dal Commissariato alloggi del comando germanico e, nel dopoguerra, suddivisa tra i fratelli Visconti, incominciò a rianimarsi: ripresero le tradizioni dei ricevimenti, balli e concerti.
Qui Luchino volle tornare quando, ammalatosi, all’apice della sua carriera, dovette sottoporsi ad un periodo di riabilitazione. A Villa Erba ultimò il montaggio del film “Ludwig”. Morì quattro anni più tardi.
Nel 1986 gli eredi Visconti cedettero la villa ottocentesca con gran parte dei terreni ad un consorzio pubblico che l’acquistò con l’intento di realizzarvi il complesso espositivo congressuale attuale.
La villa
Nota principalmente come dimora di Luchino Visconti, Villa Erba fu concepita a fine Ottocento, secondo l’ispirazione di tipo manierista, che le dona una carattere sfarzoso di immediata percezione.
Si articola in un complesso di portinerie, casa padronale, abitazione di servizio e foresteria, serra, darsena e scuderie. La villa si sviluppa su pianta quadrata, con ampie scalinate digradanti verso il lago, portico di ingresso ed una torretta panoramica che unisce la parte nobile all’ala di servizio, costruzione caratterizzata da una veste architettonica ben distinta dall’edificio principale, un tempo destinata agli alloggi della servitù.
Ciascun locale dell’edificio a due piani, è riccamente decorato dalle opere di Angelo Lorenzoli, il quale ideò e coordinò, coadiuvato per gli affreschi da Ernesto Fontana, l’insieme dei fregi variopinti, gli stucchi, le dorature, le pavimentazioni in ceramiche colorate, i legni pregiati e l’inserimento nell’architettura di particolari soluzioni di arredo e il riutilizzo di opere d’arte antiche nell’allestimento di pareti e soffitti. Gli affreschi di carattere figurativo sono opera del pittore Ernesto Fontana. Di grande qualità sono in molte stanze lampadari e torcere, così come i numerosi elementi di arredo, tra i quali la doppia serie di scanni di coro seicentesco in sala biblioteca, ancora, il prezioso rivestimento in “Cuoio di Cordova”, finemente lavorato e sormontato da un fregio di coronamento a putti dipinti ad olio su tela (di origine settecentesca proveniente da altra sede) che caratterizza il cosiddetto salottino giapponese o del the.
Di grande pregio sono, inoltre, i numerosi dipinti inseriti nelle decorazioni di pareti e soffitti tra i quali i celeberrimi strappi della ssala feste, attribuiti a Johann Christoph Storer, attivo in Lombardia nel 1600, e i decori di Angiolo D’Andrea, noto pittore della Bèlle Epoque milanese. I due grandi ritratti dei primi proprietari della villa, Luigi Erba e Anna Brivio, entrambi di Cesare Tallone, sono oggi tra le opere meglio conservate e situate alla base dello scalone che porta al primo piano.
Anche le sale del primo piano, sebbene con toni più domestici e meno imponenti rispetto agli sfarzi del piano terra, sono caratterizzate da raffinate decorazioni a parete, pavimenti e soffitti, tra i quali è d’obbligo citare il tondo ad olio con Madonna settecentesca, inserito nella pennellatura della parete.
Gli spazi esterni non coperti, immediatamente adiacenti alla villa, sono costellati di opere a carattere mitologico e storico, dello scultore Mazzuchelli, come i due leoni posti ai lati dell’ingresso delle carrozze sul lato ovest, verso il giardino.
È da ricordare, infine, come, nel corso degli anni, la villa sia stata oggetto di continue modifiche, le quali hanno permesso la sovrapposizione e la stratificazione di diversi interventi di grande sensibilità figurativa, interventi che documentano il gusto eclettico caratteristico dello stile del periodo.
In particolare, tra il 1920 ed il 1930, alcune variazioni sono state apportate nella distribuzione degli spazi e della sale: sono state collocate nuove vetrine nello spessore delle mura ed è stato realizzato un soffitto a cassettoni decorato con pregevoli dipinti neorinascimentali.
Attualmente, le ampie sale al pian terreno sono disponibili per la realizzazione di galà, banchetti, concerti ed eventi esclusivi, mentre le sale al primo piano, cui si accede attraverso un ampio scalone marmoreo, sono oggi sede degli uffici della società che gestisce il centro fieristico e congressuale internazionale.

 

C’erano una volta tanti moroni…

il gelso

“Stanocc  hu durmìi dala quarta.” “Anca me hu durmìi dala grosa” “Stanotte ho dormito della quarta”. “Anch’io ho dormito della grossa”. Da dove vengono questi modi di dire dei nostri vecchi? Come tanti altri detti popolari vengono dal mondo contadino; in questo caso sono presi dalla vita del baco da seta. La bachicoltura, infatti, ha rappresentato una delle attività più tipiche dell’economia locale, ed è stata la base per lo sviluppo dell’industria serica comasca.

Nel Medio Evo a Como si lavoravano panni di lana. La seta, originaria della Cina, era sì conosciuta, ma solo come prodotto importato da altre regioni. Poi nella seconda metà del secolo XV si cominciò ad allevare i bachi anche dalle nostre parti, dove venivano chiamati bigatti (da cui il nome di bigattiera al locale in cui si tenevano), ma più comunemente cavalée.

Le uova di baco si compravano a Como, in occasione della fiera del giovedì santo, ed i contadini andavano a sfregare il cartoccio sulle gambe del Santissimo Crocifisso, per avere la benedizione per una prospera riuscita dell’allevamento.

Fino alla metà del secolo XIX si allevavano solo bachi di razza ormai climatizzata come locale. Nella seconda metà dell’Ottocento si cominciò  a importare dal Giappone seme-bachi di razza più forte e redditizia, che veniva distribuito tramite la Camera di Commercio ed il cosiddetto Comizio Agrario. Furono istituite anche cattedre ambulanti di agricoltura, con esperti che alla domenica si recavano nei paesi a informare i contadini sui metodi migliori di allevamento. Il dott. Pasta di Mendrisio (che aveva fatto costruire la strada e il trenino del Monte Generoso) costruì alla Bellavista un locale refrigerato per conservare il seme-bachi nei mesi invernali.

Per far crescere i bachi ci voleva una grande quantità di foglia di gelso. Perciò il paesaggio delle nostre campagne a quel tempo era pieno di filari di gelsi, chiamati volgarmente moroni.

Lo sviluppo della larva del baco avveniva in trenta o quaranta giorni con fasi alterne di crescita, intervallate da quattro “dormite”, in coincidenza con quattro mute di pelle (della prima,  della seconda, della terza o della quarta, detta anche della grossa). Da qui appunto il modo di dire applicato alle persone: dormire della quarta, o della grossa.

Poi i bachi “andavano al bosco”, cioè si arrampicavano su cespuglietti di brugo secco o di ginestre, collocati sulle tavole: da quel momento cominciavano a sputare il prezioso filo di seta nel quale si avvolgevano chiudendosi nel bozzolo bianco-dorato. Il fabbisogno di brugo o di ginestre ci spiega come mai intorno a tutti i nostri paesi si mantenessero anche delle zone a brughiera con ginestre ed eriche.

Quando i preziosi bozzoli (da noi chiamati gallette) erano pronti, venivano staccati, selezionati (togliendo le scüscett, ossia quelli difettosi) per essere portati al padrone in gerle e cavagne o in apposite scorbe di legno intrecciato, o  ammassate in un telo di lino. Una buona raccolta era l’orgoglio e anche la fortuna dei nostri vecchi contadini.

P.S.

A corredo di queste notizie, aggiungiamo una poesia dialettale composta da Virginia Bernasconi Botta (originaria del Bontocco e abitante a Somaino di Olgiate) dedicata al ricordo dei moroni, intitolata appunto Murùn.

Murùn

di Virginia Bernasconi Botta

 

Dapartütt gh’era murùn,

i pràa, i camp éran pien da murùn,

murùn cunt i föi lüsént;

sota ai murùn ul paisàn al fiadava un mument.

Ul prim diségn che u faa a scöla al sarà stàa un murùn,

cunt i föi o senza, a segùnd dala stagiùn;

o cunt i föi giald che crudàva,

o cunt in gir la néf che fiucàva.

 

I föi da murùn diventàvan föia par i cavalée,

che ul regiùu al crumpàva e ia purtàva a cà in dal palpée.

Eran pinitt pinitt e pien da fam, vurévan föia da mangià,

e alùra tütt i föi di murùn bisugnava catà.

 

I cavalée stàvan süi tàvul in bigatèra,

a faagh adré l’era sempar la masèra.

Süla porta dala bigatèra gh’era un cadenàsc,

che me ala sira al tiràvi senza fa frecàss,

e dopu casciàvi dent ul cò par iscultà

ul rumùr che fàvan i cavalée a mangià;

tridàvan la föia, e ala mtina gh’era lì apena ul scarùn

di föi di murùn.

 

 

Cari amici, ho trovato alcuni scritti, appunti dei miei primi viaggi.

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E’ molto che non li rileggo e, lo confesso, mi sono emozionata. Adesso, uno dei ricordi più belli è diventato un dolce fragrante e vorrei apprezzarlo in vostra compagnia.

 

Vi aspetto, con affetto

 

Emily

 

 

Il paradél

Prendere un poco di farina, aggiungere latte e un uovo; fare una pastella e aggiungere un pizzico di sale. Quando gli ingredienti sono ben amalgamati, friggere con olio come una frittata. Se si vuole alla pastella si possono aggiungere uvetta o mele affettate sottili.

A spasso per Brienno

chiesa di Brienno

Una visita guidata all’abitato di Brienno e ai suoi monumenti può essere un modo diverso di guardare la realtà di tutti i giorni, magari ormai nota, troppo nota, da pensare di poter essere oggetto di scoperta e di nuova conoscenza. L’escursione non può non toccare tre poli di interesse religioso: Chiesa Parrocchiale dei SS. Nazaro e Celso, Chiesa di S. Vittore, Chiesa del Cimitero; tre temi di interesse civile: il nucleo abitato, la filanda, il tracciato dell’Antica Via Regina; ed uno militare: le gallerie militari del 1917 ca. L’abitato di Brienno è compreso fra la chiesa di S. Vittore, detta di S. Anna, a sud, e quella del cimitero, a nord, e si raccoglie, su pittoreschi dislivelli, attorno al porticciolo, al piazzale della chiesa parrocchiale col monumento ai caduti e all’ex filanda, in un nucleo storico di notevole suggestione anche nei passaggi voltati sotto le case un tempo di pescatori. La chiesa di S. Vittore, che prospetta su una raccolta darsena, ha un importante campanile preromanico e all’interno un ciclo di affreschi del ‘600. E’ invece ricca di stucchi e intarsi del ‘700 la chiesa dell’Immacolata (detta Delle Grazie o del Runch), al cimitero, costruita sopra il rilievo trapassato dalla vecchia galleria. Nella chiesa parrocchiale dei Ss. Nazaro e Celso l’oratorio, già della confraternita, conserva un importante polittico di Andrea de’ Passeri (1508), già pala dell’altare maggiore. In chiesa sono notevoli un quadro di Enea Salmeggia (1623) e la pala d’altare attribuita già ai Recchi, ora al Bustino (Antonio Maria Crespi), sotto una volta decorata da splendidi stucchi e affreschi con storie dei santi titolari. Il percorso si svolgerà anche lungo la direttrice della Regina a monte dell’abitato con vista alle gallerie militari, costruzione simile a quella recentemente messa in luce a Verceia sul Lago di Mezzola, entrambe realizzate durante la prima guerra mondiale in previsione di un eventuale attacco da nord in direzione del Lago, attacco che non avvenne. La costruzione fu realizzata come un “pozzo da mina” per creare interruzioni sulla strada carrozzabile. Rispetto alla fortificazione di Verceia i depositi costruiti a Brienno sono di numero inferiore.

Le vie del ferro fra Val Cavargna e Svizzera

ferro

Il mestiere di magnano, così come quello di arrotino, è tipico di aree caratterizzate dalla presenza tradizionale  di miniere di ferro e di attività legate alla lavorazione del ferro (magli e forni) o del rame. E la presenza di un consistente settore siderurgico è attestata in Val Cavargna già a partire dal 1200 (ma probabilmente è precedente). A partire dal medioevo, in Val cavargna e in val Morobbia (Svizzera), ma anche in altre valli limitrofe, si era sviluppata un’importante attività economica in relazione all’estrazione e alla lavorazione del minerale ferroso. A questa attività è legata la presenza di manufatti e di vie di collegamento fra le zone di estrazione, di lavorazione e di smercio. Sulla base dei documenti esistenti alcuni progetti di questi ultimi anni hanno cercato di ripristinare il tracciato che collegava le due valli, attraverso il Motto della Tappa o Cima Verta, e ridar vita, con opere di consolidamento e restauro, ai manufatti presenti sul territorio. Il maglio di Carena, per la valle Morobbia, e i nuclei dei Forni vecchi di S. Nazzaro e di Ponte Dovia, per la Val Cavargna, fungeranno da partenza o arrivo del percorso e diverranno un punto di supporto didattico-divulgativo per la tematica dell’estrazione del ferro nel comprensorio interessato. Le vie del ferro fanno parte di un più ampio progetto volto a promuovere e valorizzare i territori tra Comunità montane Alto lario occidentale e Alpi Lepontine, Regioni di montagna Valle Morobbia e valli di Lugano, organizzazione regionale del Moesano e Comune di Roveredo nel Cantone Grigione.

Il maglio di Carena, in Valle Morobbia è stato storicamente attivo dal 1400 agli inizi del 1800. era il luogo di fusione e lavorazione del ferro estratto dal minerale proveniente dalle miniere dei dintorni. Il sito del maglio è attualmente oggetto di approfonditi studi da parte del Museo cantonale di storia naturale e dell’Ufficio cantonale dei beni culturali del Cantone Ticino, in collaborazione con la regione di montagna Valle Morobbia. Il nucleo di Forni Vecchi di S. Nazzaro documentano invece l’attività siderurgica della Val Cavargna, attestata a partire dal tardo medioevo, perdurata nella Valle – a fasi alterne – fino alla prima metà del 1800. il ripristino dell’antica mulattiera che collegava sul fondovalle i due importanti siti dei Forni Vecchi e di Ponte Dovia, è stato portato a termine nel 1999, su iniziativa della Comunità montana Alpi Lepontine.

(Via del ferro)

Uomini, cose e parole. Intervista a Remo Bracchi

Dentro le “parole”. Quelle che sapevano dei giorni e delle notti, che si appoggiavano ruvide o lievi sui fatti della vita. Parole che erano uscite apposta da cose, luoghi e persone per designarle e parlare di loro. Antiche come la terra e gli uomini che le hanno generate. Semplici suoni con la forza di parlare della vita e della morte, di sondare tutti i più profondi stati dell’animo di un uomo. E proprio per parlare di “parole”, a cucirne le fila, Giulia Caminada, studiosa di lingue e tradizioni popolari intervista Remo Bracchi, valtellinese, presidente dell’Istituto di Dialettologia e di Etnografia della Valtellina e Valchiavenna (IDEVV), ordinario di glottologia presso l’Università pontificia salesiana di Roma. Alias, il N° 1 per quanto riguarda lo studio del lombardo occidentale.

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Don Remo, nei suoi numerosi studi è sempre presente la tensione tra parole e uomini, cose, territori. Uno dei suoi ultimi lavori riguarda l’attenzione alla valle del Reno e al Faldo e è tessuto di parole e di uomini che sono portatori di queste parole. Che cosa possono dire ancora oggi queste “parole” plasmate dal tempo e dai luoghi…

Le novità facevano un tempo fatica a risalire la valle del Reno. I rumori più grandi e insistenti non erano quelli della nostra civiltà affannosa, che si abbattono sui timpani e trasmigrano lontani, senza lasciare alcuna traccia nel cuore. Allora parlava il fiume con il suo fragore contenuto nel tempo della magra, col suo scroscio tumultuoso nella piena. Parlavano i tuoni, franando come rovine inarrestabili verso le forre. L’immaginario collettivo dava una figura a tante voci trascorrenti invisibilmente. Così il cielo, le foreste, le strade percorse dal vento, gli inghiottitoi erosi nei secoli dai torrenti si popolavano di creature fantastiche, pronte a balzare vive dai loro giacigli segreti.

Ma in pochi decenni ci siamo trovati di fronte a mutamenti sociali profondi che hanno cambiato i connotati della realtà…

La realtà presentava allora una dimensione supplementare scavata in profondità, che ora non esiste più. Ora tutto tende a limitarsi alla superficie. Dal fondo delle cose non sale più nessun suono, come da uno specchio d’acqua immobile, senza spessore. Il nostro tempo si accontenta del barbaglio che colpisce l’occhio e si rifrange altrove. Negli angoli rimasti più intatti, la capacità di avvertire il battito profondo delle cose si è prolungato come una proprietà istintiva, che si è in altre parti atrofizzata. Il Faldo può essere considerato una di queste terre privilegiate, o almeno lo poteva fino verso la metà del secolo scorso.

Le parole si sedimentano nella memoria delle persone, fino a diventare loro stesse quella persona, quasi a identificarla. Un intreccio di uomini e di parole che aprono squarci su un mondo che in pochi anni abbiamo superato… Per qualcuno “forte” è stato l’impatto con il “mondo nuovo”…

L’arrivo della luce elettrica, dopo la seconda guerra, era ancora interpretata come un fenomeno quasi magico. Abituato a scrutare soltanto la fiamma domestica agitarsi nel focolare, il vegliardo Angelo Marchioni, nonno dell’attuale nipote che porta lo stesso nome, definiva la corrente come fiàma su per fil “fiamma sul filo”. Egli osservava con una curiosità esitante e quasi incredula il lento imbiancare fino all’incandescenza dei filamenti delle prime lampadine, rappresentandoselo nella propria immaginazione come una salita faticosa della fiamma lungo i cavi tesi dalla centralina improvvisata nel vecchio mulino sul Limentra, incassato nella valle, fino alle case distribuite sui poggi. Novità di altra natura, avvertite come estranee a un mondo piccolo e ordinato come il più prezioso cimelio di famiglia, facevano esclamare all’austera anziana Lucia Nanni, in preda allo scoramento: Vègna bòmba ògni caméin! “Cada una bomba su ogni camino!”.

Ci racconti di questi uomini che le hanno “parlato” del loro mondo.

La signora Clotilde Lodovisi, rimasta sempre ancorata al proprio ambiente, ne aveva assorbita la saggezza venuta da giorni lontani. Al Faldo si guardava a lei come a un punto di riferimento sicuro, capace di garantire la genuinità delle tradizioni dei padri e di tramandarle intatte, con la stessa trasparenza di fondale con cui le aveva ricevute. La sua presenza serena e allegra per temperamento ereditato da generazione in generazione, in mezzo ai ragazzi del Faldo e dintorni, contribuiva a inserirli nel modo più spontaneo, quasi per un prodigio che avesse arrestato il defluire dei giorni, nel grembo fecondo del passato, fattosi tumido attraverso il diramarsi delle famiglie, fino a quello più remoto, quel tempo di un tempo impregnato della sapienza che gli avi avevano prodotto come un tessuto, intrecciando abilmente tra loro avvenimenti e riflessione. Quando un piccolo cadeva o era punto da un insetto, o si scottava per essersi troppo incautamente avvicinato alla fiamma, la Clotilde sfiorava leggermente con la sua mano la parte dolorante, ripetendo ritmicamente, quasi cantillando, la magica formula, che ai bambini doveva suonare come un ritornello solenne e di sicura efficacia curativa: Medgìna, medgìna, / mèrda ed galìna, / mèrda ed cucù: / la bùa an gn’è piò! “Medicina, medicina, sterco di gallina, sterco di cucù: il male non c’è più!”. L’attenzione dell’infortunato sottratta così inavvertitamente dal suo ripiegarsi sulla parte ferita, e catturata dalla gestualità e dalla apparente sacralità del formulario, allentava la sua presa e rendeva possibile il miracolo: la bùa era veramente dimenticata!

Tra i dolori non causati da qualche accidente improvviso, alcune affezioni consigliava il ricorso a qualche persona pratica di scongiurarla. Ne ha raccolto testimonianze al Faldo?

Uno di queste era l’orzaiolo. Il rito prevedeva nella sua forma più schematica, una segnatura, diversamente modulata da zona a zona, e la pronuncia di una formula, quasi sempre contenete qualche parola incomprensibile, sostituita in genere da una preghiera dopo la sua confluenza nella grande fiumara dell’esaugurazione cristiana. Secondo la testimonianza di Giovanni Lodovisi, figlio della Clotilde, il rituale previsto al Faldo si svolgeva senza l’impiego di quegli ingredienti estranei, che spesso figurano altrove: Mé méder la m’ géva che tènta źé(n)t ch’ la ciapéva l’orźaiól la ‘ndéva da lé per fésel eśgné. La m’ géva che la s’ féva guardè bé(n) int i òc’ e intè(n)t che la śgnéva cò(n) e pòlic’ ed la mè(n) dèstra bagnà ed salìva tri sègn ed crós sóvra a l’orźaiól, la dgéva un’oraziòn. A la féin dla śgnadùra, la spudéva sóvra a l’orźaiól què(n)t méno a s’ la sptéva, té(n)t da fèl armàgner spaurè, perchè e spavé(n)t e féva artorné indrè l’orźaiól. A dét ed la gé(n)t l’orźaiól al ciapéven quéi che i féven di śguért sotòc’ maliziós. Quènt a s’incontréva un quaidùn ch’ l’avéva ciapà l’orźaiól, a s’ toléva in gir e a s’ dmandéva co malézia: A cuś’ét guardà, per fét gnì l’orźaiól? “Mi diceva mia madre che molti ai quali spuntava sulla palpebra un orzaiolo venivano da lei per farselo segnare. Mi diceva che si faceva fissare intensamente negli occhi, mentre ella andava tracciando tre segni di croce con il pollice della mano destra intinto nella saliva sopra l’orzaiolo. Accompagnava il gesto con un’orazione. Al termine della segnatura, quando il paziente meno se l’aspettava, sputava improvvisamente (a labbra chiuse) sopra l’orzaiolo, in modo tale da farlo spaventare, perché si riteneva che lo spavento facesse retrocedere l’orzaiolo. Al dire della gente, l’orzaiolo colpiva coloro che avevano lanciato sottecchi degli sguardi torvi, inquinati da qualche malizia. Quando si incontrava per strada qualcuno che ne era stato affetto, lo si canzonava e gli si poneva la domanda provocante: Cos’hai guardato, che ti è cresciuto un orzaiolo?”.

Quli erano i rituali  legati alla “guarigione” da questo male?

La rubrica non scritta impone di usare la mano destra nella segnatura, di tracciare tre segni di croce con il dito pollice sull’orzaiolo, mentre la formulazione della preghiera è lasciata all’iniziativa personale. È evidentemente il ricorso a persona esperta che assicura l’efficacia più piena alla parola ritualmente pronunciata. I dettagli che emergono sono tutti particolarmente significativi. La mano destra simboleggia la potenza. Quella sinistra è di malaugurio, indica la parte destinata ai maledetti e viene linguisticamente definita come debole, stanca, obliqua o scongiurata con eufemismi intesi a neutralizzarne la negatività. Il tracciato della croce, prima di diventare il segno cristiano per eccellenza, era già da tempo immemorabile un simbolo di rappresentazione dell’universo nella sua totalità, sintetizzata nella direzione dei quattro venti. Il pollice è il dito che gode della considerazione più alta. Il vescovo lo usa allo stesso modo nell’unzione col crisma ed è probabile che alla ripetizione di un gesto così sacro e antico si attribuisca gran parte della potenza esorcistica che ci si attende dalla segnatura. Opposto e solitario nei suoi movimenti rispetto alle altre dita della mano, il pollice assicura la presa e quindi il dominio sull’oggetto afferrato.

E il ricorso alla saliva?

Prodotta dalla bocca dell’uomo, si presenta come una secrezione dotata di potere magico o soprannaturale. Al tempo stesso simbolo di creatività e di distruzione, unisce impastando e dissolve sciogliendo le sostanze masticate, disinfetta e corrompe. Gesù ha curato il cieco con la propria saliva. Lo sputare è un gesto apotropaico particolarmente forte e fantasticamente icastico. Ridotto puramente a simbolo, in forma asciutta, quasi un soffio prodotto da un ‘esplosione delle labbra, esso conserva però senza attenuazione l’intera sua carica di rifiuto totale. Nel rito battesimale primitivo, dopo essere saliti dalla vasca battesimale in direzione dell’oriente, i cristiani si volgevano indietro sputando. Era il segno concreto della loro rinuncia a Satana e a tute le sue opere.

Che cosa ci dice dello “sguardo torvo e malizioso è stato all’origine del malanno”?

Un particolare da non lasciar cadere nel rituale del Faldo è quello dell’incontro degli sguardi tra chi è affetto dall’orzaiolo e chi intende compiere la pratica di allontanarlo. Lo sguardo teso e limpido ne diventa l’antidoto. «Che cosa hai fissato?», era la domanda. L’impurità che aveva intorbidita la pupilla come un piede di animale sprofondato in una sorgente doveva permettere alle particelle vorticanti di adagiarsi sul fondo e consentire di nuovo alla luce di entrare a rasserenarla. Tra causa ed effetto non c’era stata concatenazione diretta, ma una trasmissione per osmosi attraverso l’anima. La rimozione del male doveva avvenire ripercorrendo un cammino identico e opposto. Una compiacenza torbida aveva ristagnato nell’occhio, simile a fango in sospensione. Ora occorreva “spaventare” l’inerzia del male, come uno sbocco improvviso di acque limpide. Ma è dietro quel verbo, applicabile in senso proprio soltanto a un vivente capace di rendersi conto delle proprie reazioni, che pare di cogliere una profondità remotissima e non più facilmente accessibile. L’affezione annidata nell’anima prende così i lineamenti di un animale in riposo, che occorre spaventare perché lasci il proprio covile.

Ci può spiegare il legame da lei attribuito all’orzaiolo con il “caprone”?

Alcuni nomi attribuiti all’orzaiolo sulla sponda opposta del grande impluvio padano, ci tratteggiano l’altra pala del dittico. L’escrescenza sulla palpebra a forma di “chicco d’orzo” è detta in Valdidentro (Isolaccia, nell’Alta Valtellina) bóc’, a Bormio e in Valdisotto béch. Entrambe le voci suonano (o suonavano) identiche a quelle che, nelle rispettive aree, designano il “caprone”. Se si accogliesse senz’altro l’equivalenza, si giungerebbe immediatamente al primo profilo iconografico. Ma è proprio l’apparente estraneità dei due referenti, qualora li releghiamo all’interno della nostra cultura, che impedisce di cogliere la parentela motivazionale tra essi. Discendendo il corso dell’Adda, le coincidenze fonetiche tra le denominazioni dell’orzaiolo e del caprino si affoltano e si fanno del tutto esplicite, senza concedere spazio alcuno all’equivoco: grosino béch “caprone” e “orzaiolo”, tiranese cabrèt “orzaiolo”, tellino cabrét “orzaiolo” e parallelamente uzöl “orzaiolo” e “capretto”, tartanolo caurèt, cauritìi “orzaiolo”, certamente diminutivi di caura “capra”. Un tipo per ora singolarmente isolato, ma solidale con i dati che si sono qui raccolti per quanto riguarda l’uso della metafora animale, è il comelicano sardèl “orzaiolo”, formazione dedotta da sarda “sardina, sardella”. Non mancano altrove di fare la loro comparsa referenti animali di altre specie per indicare l’escrescenza all’occhio, come nel logudorese bermidzolu, mermidzolu, murmundzolu “orzaiolo”, alla lettera “vermiciattolo”.

L’animale che si è annidato nello spirito come in una grotta tra le rocce è dunque il caprone. È quello che va allontanato perché scompaia dall’occhio il suo sigillo?

Nel latino delle glosse è attestato il plurale hircī propriamente “becchi, caproni” nell’accezione di “oculorum anguli”, cioè di “coda dell’occhio”, immagine suscitata nella fantasia dei primitivi dagli occhi torvi degli animali, qui ardore libidinis oblique aspiciunt, oculis in angulum retortis “i quali per l’ardore della libidine guardano biecamente, torcendo gli occhi verso l’angolo”. La voce greca aigílōps vale “ulcera o fistola lacrimale”, e una glossa di Esichio ci testimonia la corrispondenza aigōgaían: ophthalmós “occhio”, binomio nel quale il primo membro deriva con evidenza da aíx, aigós “capra”.

L’imbricazione dell’orzaiolo con il mondo incombente e misterioso, nascosto al di là di quello che ci circonda fisicamente, si può cogliere così facilmente da molti rituali, che una ricerca approfondita potrebbe dilatare a dismisura.

A Bormio fino ancora ai primi decenni del secolo scorso si consigliava: Quàn che l brùśgia i ögl, se ùnta su co fèl de béch o de càbra, o se ciàpa la coràda de un cabrét apéna copà e amó càlda o clépa se ghe la pìca su i ögl malà, che la càlma l bruśgiór “quando bruciano gli occhi, si ungono le palpebre con fiele di becco o di capra e si prende il polmone di un capretto appena ucciso e, mentre è ancora caldo o tiepido, si tiene sugli occhi malati, e calmerà il dolore”. A Pedenosso, quando compariva sull’occhio l’orzaiolo si diceva: al gh’é vegnì su i béch. Si applicava allora sull’escrescenza, legato ben stretto, un bel ranocchio vivo… Per la guarigione dell’orzaiolo efficace poteva essere l’anello d’oro di matrimonio della madre, passato sulla lesione disegnando una croce. C’era chi faceva guardare il bambino colpito dal béch attraverso il collo della bottiglia dell’olio. Lo si riteneva da parte dei più creduloni un rimedio portentoso. Per al béch i me fàan vardér fóra al sól de li botìglia vérda de védro ‘per guarire l’orzaiolo ci facevano fissare il sole attraverso il vetro verde delle bottiglie’… A Pedenosso cóntra al béch i ghe tiràen fóra un pelìn de l’ögl, che iscì al scioràa ‘veniva strappata una ciglia dalla palpebra così da permettere un drenaggio dell’infezione’». In modo analogo a Bologna si riteneva che, per far retrocedere il furuncolo insistente sulla palpebra, detto laźarén, e impedire che giungesse a suppurazione, si dovesse recitare, la mattina a digiuno, sputando tre volte per terra, la formula: laźarén futó, / tòurna indrì indùv t i vgnó! “orzaiolo fottuto, ritorna donde sei venuto!”. Oppure, sempre la mattina a digiuno, guardare dentro l’ampolla dell’olio; o ancora fargli sopra un segno di croce con una fede matrimoniale.

Perché l’anello?

L’anello è già in se stesso simbolo di perfezione a motivo della sua forma. Per il metallo del quale è composto, in genere prezioso, si riteneva dotato di alto potere apotropaico. Non è inoltre da escludersi che proprio il ricorso alla fede matrimoniale implichi un antidoto contro gli sguardi lubrichi, che spesso si devono considerare i responsabili delle infedeltà coniugali.

Il ritorno del Pellegrino

falco pellegrinoDa pochi anni la Spina Verde ospita uno dei più rari e preziosi tra i piccoli rapaci dell’avifauna lombarda, il Pellegrino (Falco peregrinus). Noto per le straordinarie evoluzioni aeree che accompagnano la propria attività di predazione, il Pellegrino ha subito a partire dagli anni ’50 una progressiva rarefazione delle consistenze, causata da fattori quali l’asportazione illegale dei pulcini dal nido e i deleteri effetti primari e secondari dell’impiego dei composti organici clorulati usati come pesticidi agricoli, in grado di ostacolare lo sviluppo delle 3-4 uova deposte dalla femmina sulle cenge delle pareti rocciose. Fortunatamente negli ultimi anni sembra essere in atto una significativa inversione di tendenza, testimoniata in provincia di Como dal rinvenimento di nuovi siti di nidificazione. Tra questi ultimi merita una citazione particolare quello recentemente individuato entro i confini del parco della Spina Verde, ove a partire dagli ultimi anni ’90 è stata accertato in media l’involo di 3 giovani per ogni stagione riproduttiva; relativamente all’ubicazione del sito non si forniscono ulteriori indicazioni per ovvie esigenze di tutela. Altre segnalazioni di nidificazione provengono dall’Alto Lario, dai monti circostanti la Spina Verde e dal Triangolo Lariano. A tale riguardo è da sottolineare la costante e fondamentale azione di sorveglianza svolta presso i siti di nidificazione dagli agenti di vigilanza del Servizio faunistico provinciale di Como, in collaborazione con la locale sezione della LIPU.

Sapete che cos’è una bricòla o cosa significa de sfroos?

contrabbandoLeggete o ascoltate il testo di questa canzone in dialetto comasco, o meglio tramezzino, che si intitola Ninna Nanna del contrabbandiere ed è tratta dal CD Brèva & Tivàn della Davide Van De Sfroos Band (Ninna nanna del contrabbandiere, Davide van De sfroos)

Ninna nanna, dorma fiöö …/El tö pà el g’ha un sàcch in spala/e’l rampèga in sö la nöcc…/Prega la löena de mea fäll ciapà/prega la stèla de vardà in duvè ch’l và/prega el sentèe de purtàmel a cà…

(Ninna Nanna, dormi figliolo…/E tuo padre ha un sacco in spalla/e si arrampica sulla notte…/Prega la luna di non farlo prendere/prega la stella di guardare dove va/prega il sentiero di portarmelo a casa…)

Ninna nanna, dorma fiöö …/El tö pà el g’ha un sàcch in spàla/che l’è piee de tanti ròpp:/el g’ha deent el sö curàgg/el g’ha deent la sua pagüra/e i pàroll che’l po’ mea dì…

(Ninna Nanna, dormi figliolo… / E tuo padre ha un sacco in spalla / che è pieno di tante cose: / ha dentro il suo coraggio / ha dentro la sua paura / e le parole che non può dire…)

Ninna nanna, dorma fiöö …/che te sògnet un sàcch in spàla/per rampegà de dree al tò pà…/sö questa vita che vìvum de sfroos/sö questa vita che sògnum de sfroos/in questa nòcc che prègum de sfroos

(Ninna Nanna, dormi figliolo… / che sogni un sacco in spalla / per arrampicare dietro a tuo padre… / su questa vita che viviamo di frodo / su questa vita che sognamo di frodo / in questa notte che preghiamo di frodo)

Prega el Signuur a bassa vuus…/cun la sua bricòla a furma de cruus…

(Prega il Signore a bassa voce… / con la sua bricolla a forma di croce…)

Il Passo di S. Jorio ha costituito per molti secoli, già a partire dall’epoca romana, un’importante via di comunicazione collegando i Grigioni e Bellinzona al Lago di Como. Tra le varie mercanzie di interesse commerciale (latte, drappi, spezie, formaggi, cuoio ecc.), vi passò in epoca medioevale anche il minerale di ferro estratto dai giacimenti della Val Morobbia e della Valle di Dongo. Oggi il passo di S. Jorio è sede ogni anno, la prima domenica di agosto, dell’Incontro Italo-Svizzero, che vede riunirsi in allegria centinaia di persone.

Ma il fenomeno storico-sociale che più di ogni altro ha lasciato un’impronta indelebile sulle popolazioni e sull’immagine della sponda occidentale del Lario è senza dubbio il contrabbando (ossia la violazione al bannum, termine di origine spagnola che indica il bando, cioè la legge). Le opportunità offerte dalla Svizzera, posta appena al di là delle creste ove corre l’Alta Via del Lario, rappresentarono per oltre un secolo una tentazione troppo forte per le popolazioni locali, fortemente disagiate sotto il profilo economico, al punto che il contrabbando venne un po’ da tutti considerato un lavoro di supporto all’economia locale, di fatto equiparato ad una qualsiasi altra occupazione. Artefici della pratica, dall’’800 sino ai primi anni ’70 del Novecento, furono tenaci e coriacei valligiani denominati spalloni o sfrosatori (dal termine dialettale sfroos, attività di frodo), abilissimi nel conoscere e percorrere ogni angolo di frontiera, per quanto impervia essa fosse, trasportando carichi di 30-35 kg di mercanzie ed altrettanto impavidi nello sfuggire ai doganieri gettandosi rotolando a capofitto lungo i pendii erbosi. Alla buona riuscita dello sfroso contribuivano svariati stratagemmi, come l’impiego di un apripista, lo stellone, o quello di linguaggi convenzionali. Nei recipienti utilizzati dagli spalloni, le bricolle, rette da polloni di castagno o nocciolo snervati e attorcigliati, trovavano posto svariati generi alimentari, riso, saccarina e sale, almeno sino al secondo conflitto mondiale, e sigarette (le bionde) nel dopoguerra. Caricate sui sandolini, snelle imbarcazioni dal fondo piatto, le bricolle erano trasportate nei paesi rivieraschi del Triangolo Lariano e da qui smistate in Brianza. Dell’epopea degli sfrosatori restano i racconti riportati sulle pagine dei quotidiani locali o tramandati per via orale. La loro importanza non risiede ovviamente nell’esaltazione di un’attività illegale bensì nell’intrinseco valore testimoniale di un momento storico e di una società del tutto peculiare.

Ma dove si trova il Passo di S. Jorio?

I cartelli indicatori del passo presso la Bocchetta del Lago, sull'Alta Via del Lario

Prendiamo una carta geografica e mettiamoci di fronte al Lario. Ora innalziamoci sopra il limite della riviera lariana, guardando e immaginando le montagne occidentali, le Lepontine comasche. Il territorio montano dell’Alto Lario occidentale si estende da nord a sud per una trentina di chilometri, delimitato ad ovest dal confine con la Svizzera, a sud dalla Val Menaggio, ad est dal Lago di Como e a nord dal corso del fiume Mera, che separa i contrafforti delle Lepontine dal Pian di Spagna, una vasta piana alluvionale tutelata quale Riserva Naturale.

L’Alto Lario presenta una notevole compattezza strutturale, riconducibile a tre tipologie di paesaggio immediatamente percepibili: la riviera lariana, la fascia di media montagna, estesa sino al limite superiore della vegetazione forestale, e l’alta montagna, con le praterie alpine e le vette. Le tre fasce sono solcate da altrettanti percorsi di aspetto e significato molto differente.

I° percorso. Immediatamente a monte del bacino lacustre si dipanano le vestigia dello storico Sentiero della Regina, che senza soluzione di continuità proviene dalla Valchiavenna e prosegue in direzione di Como. Il nome di tale tracciato ha origine dalla tradizione (peraltro infondata) che lo vuole costruito dalla Regina Teodolinda.

II° percorso. A mezza costa, ad un’altitudine mediamente variabile tra gli 800 e i 1000 m, corre invece la Via dei Monti Lariani, un lungo trekking (130 km, 76 dei quali in Alto Lario) che collega Cernobbio a Sorico. L’itinerario attraversa boschi di latifoglie e radure prative idealmente collegando i monti, cioè gli insediamenti rurali temporanei un tempo deputati al ricovero del bestiame nelle fasi iniziale e conclusiva della monticazione.

III° percorso. C’è però un terzo sentiero, ubicato costantemente oltre il limite superiore del bosco, a quote che oscillano tra i 1700 e i 2400 m, tra boscaglie, pascoli, rupi e macereti. Dalla chiesa di San Bartolomeo, sopra Sorico, al Rifugio Menaggio, sopra Plesio, si snoda infatti per oltre 30 km l’Alta Via del Lario. Esso corre quasi sempre in cresta o alla testata delle valli e ci fa incontrare il Sasso Canale e il Cardinello, il Pizzo Ledù e il Pizzo di Gino, la Cima Pomodoro e il crinale del Bregagno, la Grona e il Lago Darengo adagiato in un circo glaciale coronato dal Pizzo Campanile, l’anfiteatro della Valle Albano, le ampie vedute del Pian di Spagna, del bacino lariano e delle catene montuose circostanti.

Nel percorrere l’Alta Via non si può fare a meno di intravedere le testimonianze della presenza umana, sovente risalenti ad un passato, neppure troppo lontano, nel quale la montagna costituiva ancora la principale fonte di sostentamento per le popolazioni locali. Ad esempio il limite dei boschi, innaturalmente basso, testimonia l’intensa azione di diboscamento operata nei secoli scorsi per la lavorazione del ferro e l’ampliamento dei pascoli; gli alpeggi o alpi (o ciò che resta di loro) e i muretti a secco per il contenimento del bestiame (localmente denominati mutate). Un tempo tutti gli alpeggi erano abbondantemente caricati in coincidenza con la festa di S. Giovanni, il 24 giugno. Oggi molti di essi non sono più utilizzati, altri lo sono solo per il pascolo di manze e vitelli ma alcuni continuano ad essere attivi, affittati dai comuni a gruppi di famiglie che ne organizzano la gestione, svolta dal pastur che pascola il bestiame e dal casè che lavora il latte per produrre il burro ed il formaggio. Il Passo di S. Iorio si raggiunge con una brevissima deviazione dall’Alta Via del Lario.

Rifugio di San Jorio

VITA SUL LARIO