La produzione della seta. Intervista

seta torcitura

Federico Lattuada, titolare della Torcitura Lattuada Carlo & figli di Asso, ci aiuta a ripercorrere  i passaggi  che portano alla produzione della fibra tessile… Signor Lattuada, che cos’è la seta?

È una fibra tessile naturale prodotta dalla larva di Bombix mori (bombice del gelso), il nome scientifico del baco da seta, un lepidottero conosciuto anche come filugello. Il baco, dopo un periodo di allevamento, durante il quale va costantemente alimentato di ingenti quantità di foglie di gelso, si chiude in un bozzolo, prima di trasformarsi in farfalla. Fino a qualche decennio fa i bachi erano allevati localmente e la bachicoltura – in Italia – aveva raggiunto altissimi livelli di specializzazione; oggi invece le nostre industrie tessili lavorano con bozzoli provenienti quasi esclusivamente dalla Cina, ma anche dal Brasile, dall’India, dalla Corea.

Da dove si ricava il filo di seta? Attraverso quali procedimenti?

Dal bozzolo, mediante un’operazione che ha il nome di trattura e che si svolgeva un tempo manualmente immergendo i bozzoli in bacinelle d’acqua calda, in edifici appositi detti filande. La trattura veniva realizzata in bacinelle riscaldate da un fuoco diretto. Le donne si sedevano di fianco e con una spazzola o scopino, battendo i bozzoli nell’acqua bollente, ne cercavano il capo. Dall’altra parte del banco la filatrice univa i capifilo di alcuni bozzoli (sette, quattordici o più), a formare il filo di seta del tipo richesto. Più fili così ottenuti vengono riuniti per ottenere un filato di sufficiente consistenza, che è poi sottoposto a torsione per dargli coesione. Questa operazione avviene nei torcitoi, di cui restano nella zona comasca e lecchese numerosi esempi.

Otteniamo così la seta grezza. Ma i procedimenti della lavorazione non sono finiti qui.

Per acquisire le caratteristiche che ne fanno uno dei filati più preziosi e affascinanti deve ancora subire, infatti, processi di raffinazione. Il filato può così essere utilizzato per la tessitura. La seta, inoltre, può essere tinta in filo, cioè prima della tessitura, o in pezza, cioè dopo la tessitura stessa. Prima di passare alla commercializzazione o alla successiva stampa, il tessuto subisce il finissaggio, diverso secondo l’aspetto e la mano che si vogliono ottenere. E proprio nella stampa, le aziende comasche hanno raggiunto livelli di qualità insuperati.

Nella preparazione del procedimento di stampa sono implicati numerosi ruoli professionali che comportano gli studi di disegno e le fotoincisioni. Preparare i quadri da stampa è un’operazione che veniva eseguita tramite procedimenti fotomeccanici e che oggi avviene tramite elaborazioni computerizzate. Come si è evoluto il procedimento della stampa?

I procedimenti di stampa sono molto diversificati e hanno subito nel corso dei decenni una notevole evoluzione tecnica. Anticamente la stampa si eseguiva mediante planches, una sorta di grandi timbri lavorati con il disegno a rilievo, riportato sul tessuto mediante inchiostri. Si è introdotta, poi, la stampa a cilindro e quella a quadri, che è quella ancora in uso per i prodotti più raffinati, e che può raggiungere anche il numero di 20-24 colori. Anche nel caso del tessuto stampato si procede poi al finissaggio.

Visita al primo Museo del Cavallo Giocattolo del Mondo

cavallo dondolo

Più di cinquecento pezzi raccolti in ogni parte del mondo per una cavalcata dal sapore antico, che ci porta indietro nel tempo della società  e di noi stessi. Una cavalcata sulle ali della fantasia per giungere all’infanzia e a quella nostalgia antica per un tempo mai perduto. E proprio ai cavalli giocattolo è dedicato il Museo del Cavallo Giocattolo, il primo al mondo, inaugurato a Grandate nei pressi di Como, nello spazio delle ex Scuderie Tornese, in via Tornese,10.

Il curatore del Museo è Lorenzo Pianotti, pittore e disegnatore di moda che ha ceduto i suoi preziosi esemplari – frutto di oltre trent’anni di ricerca in ogni parte del mondo – a Piero Catelli, fondatore e presidente del gruppo Chicco Artsana.

La collezione di Pianotti è unica per varietà, quantità e qualità dei pezzi. Si tratta di cinquecento esemplari di cavalli giocattolo, ciascuno ribattezzato da Pianotti con un nome proprio e tutti salvati dal comune destino di andare distrutti o di essere dimenticati in cantine o soffitte. Un “branco” che attraversa tre secoli di storia e di cultura, dal tardo Settecento agli anni Settanta del Novecento.

Ed ecco la magia del cheval-bàton di inizio Ottocento o del cheval-jupon, da indossare con l’ausilio di due bretelle, arrivare al galoppo da epoche passate e da luoghi lontani. Un prezioso esemplare cinese grande quanto un pony e un cavallo di ghisa di quelli che la Coca cola metteva davanti alle porte dei bar per richiamare l’attenzione dei passanti. Un cavallo bianco italiano della seconda metà del XIX secolo colto e scolpito nel legno nell’atto di compiere un balzo e lanciarsi con la coda ritta verso l’infinito. E un raro esemplare futurista, un cavallo-scultura del 1910, in legno rosso con un complicato meccanismo a doppia oscillazione. Senza dimenticare i cavalli-triciclo o quelli a dondolo che hanno cullato la nostra infanzia muovendosi al ritmo della nostra immaginazione.

Di legno pregiato, metallo, cartapesta o vera pelle di cavallino. Con code di crine o criniere di cuoio. Statici o azionati da complessi meccanismi. Ora a Grandate hanno trovato una nuova scuderia proprio in un luogo dove un tempo, neanche molto lontano, i cavalli, quelli veri, correvano e nitrivano davvero. Il luogo che ospita i cavalli giocattolo è, infatti, la ex scuderia Tornese, con uno spazio iniziale a disposizione di quattrocento metri quadrati, che vedrà entro il 2001 un ampliamento in seguito alla prossima apertura del piano superiore, destinato ad ospitare mostre temporanee legate all’universo infantile.

L’esposizione dei cavalli non segue i tradizionali criteri museali, ma gli stessi sono disposti su piani d’appoggio, senza vetri e barriere, liberi di far galoppare la fantasia di grandi e piccini.

Per informazioni e prenotazioni, Museo del Cavallo Giocattolo, Grandate, ex scuderie Tornese, via Tornese, 10; tel. 031.382111.

Visita al Museo della Seta di Como

setaUn’esposizione permanente di strumenti per la lavorazione della seta. Le prime macchine, gli oggetti, i documenti e il ricordo di un epoca passata che sembra rivivere ancora in questa porzione di mondo lombardo. L’”odore” della seta che impregna di sé l’ambiente circostante… E’ il Museo della Seta di Como, un luogo che in ogni angolo emana l’inimitabile atmosfera che l’attività serica richiama intorno a sé. Gli strumenti esposti sono tutti usati e testimoniano l’attività serica produttiva comasca che, benché oggi risenta della crisi dei vari settori produttivi della società, è sinonimo di professionalità e qualità nel mondo.

Nato nel 1984 per opera di un gruppo di amici –  Felice Bernasconi, Presidente dell’Associazione amici del ’27, Bruna Lai, Guido Ambrosiani, Giuseppe Dalla Bona – accomunati dallo stesso anno di nascita, 1927, e dalla passione per la terra e la gente comasca, il Museo ha salvato dalla dispersione e sicura distruzione l’intera filiera serica comasca, ben rappresentata nelle sale del Museo. Un immenso patrimonio tecnico, estetico, ma soprattutto socio-culturale. Un ulteriore tassello del recupero dell’identità dei territori lariani.

La raccolta ha però ben presto raggiunto dimensioni tali da imporre nel 1987 la ricerca di una sede permanente per la conservazione e l’esposizione del patrimonio raccolto. E il Setificio, laboratorio formativo dei giovani tecnici del settore rappresentava la continuità fra le origini e l’attualità dell’arte serica. L’esposizione aprirà al pubblico il 4 ottobre 1990 e quest’anno ricorre il decimo anniversario della concreta nascita del Museo. Un’ istituzione che la città di Como e il territorio meritano a testimonianza di un importante pezzo di laboriosità, intraprendenza e cultura legata all’attività di molti, nel tempo, nel comparto serico lariano. Un’esposizione che ogni anno richiama studenti, professionisti e appassionati del settore da ogni parte del mondo.

All’ingresso del Museo – collocato per concessione dell’Amministrazione Provinciale di Como nello stesso edificio dell’Istituto Nazionale di Setificio “Paolo Carcano” in Como -, un gelso accoglie i visitatori. Pianta un tempo tanto preziosa quanto oggi quasi dimenticata. Le sue foglie erano il cibo dei cavalée, i bachi da seta. E senza tornare indietro molto nel tempo, basti pensare a come l’allevamento “domestico” del baco da seta era comune in tutti i territori lariani e garantiva una significativa entrata per l’integrazione del reddito famigliare.

Man mano che il visitatore scorre il Museo, i gesti del filare, del tessere, del tingere e dello stampare tramandati per generazioni sembrano prendere vita e animano il luogo di informazioni e di emozioni in un contesto dove la cultura serica del territorio è ben rappresentata in tutte le sue diverse fasi di sviluppo. Nell’atrio si è ricreato l’ingresso di una fabbrica, collocandovi orologi timbra-cartellino. Nella sala centrale, dopo un accenno all’allevamento del baco e alla trattura, si possono ammirare le macchine di preparazione alla tessitura: per fabbricare i licci in cotone, foracartoni, cucicartoni, orditoio a sezione e preziose “messe in carta”. Nella sala torcitura, allestita nel 1998, è presente un imponente torcitoio (piantello “pancia in fuori” a 288 fusi) datato 1878. Si passa poi alla sala tessitura, alla sala misure e controlli, al laboratorio chimico, alla sala tintoria dove trova spazio una barca per la tintura dei tessuti, alla sala stampa, alla recente sala di nobilitazione e finissaggio dei tessuti.

Per informazioni, telefono e fax (0039) 031 303180.

Siamo a Stazzona, sul Lago di Como…

Masun di Stazzona

Circa vent’anni fa, la Società Archeologica Comense individua i resti di un’antica masun fatiscente, ma ancora leggibile nella sua tipicità e forma originaria. Raccoglie finanziamenti, acquisisce in comodato dal comune di Stazzona la masun e ne progetta il restauro. Alessandra Bonfanti si occupa del rilievo, coi suoi studenti della Magistri Cumacini, e predispone poi il progetto esecutivo. Architetto Bonfanti, come sono proseguiti i fatti?

La Società Archeologica Comense ha fatto eseguire la ricostruzione delle parti deteriorate della masun da due anziani artigiani locali (esiste il filmato di alcune fasi dell’opera), esperti muratori tradizionali e ultimi costruttori  locali di tetti in paglia. È stata seminata appositamente la segale a gambo lungo e opportunamente essiccata per la ricostruzione della copertura.

La masun viene ricostruita, ma il racconto non è così semplice e felice come l’abbiamo descritto…

Infatti. La masun ricostruita venne incendiata dolosamente la sera prima dell’inaugurazione nella settimana di Pasqua del 1999. Si decise subito  di ricostruirla al centro del paese, su terreno comunale, attribuendole una forte valenza culturale e simbolica.  Quest’anno si è  inaugurato il nuovo manufatto, che riproduce quasi fedelmente forme e dimensioni (in pianta  circa 4 m x 5,5 m  e  5 m di altezza al colmo), nonché materiali dell’originale distrutto.

I materiali, già.  Prendiamo in considerazione l’elemento “paglia”.

Le costruzioni col tetto in paglia  sono archetipi  diffusi ovunque per le  caratteristiche positive del materiale. Si pensi alla diffusa disponibilità del materiale stesso, alla sua leggerezza, alla facilità di manutenzione e ricostruzione, all’impermeabilità e alla coibenza termica, alla mimesi ambientale. Da queste parti il problema maggiore era dato dai caprioli, che, negli inverni più freddi, ne brucavano qualche pezzetto…

Un tempo, in Lombardia era una tipologia diffusa…

Si.  Ora stanno scomparendo completamente dalla Lombardia come tipologie rurali, mentre fino a vent’anni fa venivano costruite ormai solo come capanni a scopo ludico in giardini e parchi. I manufatti conservatisi sono tutti ampiamente manomessi: la paglia è stata sostituita da lamiere o coperture in legno e tegole, come in  un’altra masun “ristrutturata” orribilmente proprio davanti a quella bruciata a Cagerimo di Stazzona. Il confronto tra l’antico e il moderno, in questo caso, è l’ennesima precisa espressione del livello di rozzezza raggiunto dal presente nel suo viaggio da gambero, nel quale a volte sono inversamente proporzionali comodità e cultura.

La masun di Stazzona come elemento importante dell’identità culturale del luogo, allora. Del resto documentata anche da varie testimonianze storiche e pittoriche…

Fra le testimonianze storiche si spazia da Vitruvio a Giovantonio Rusconi, trattatista locale che pubblica un manuale sull’Architettura alla fine del ‘500, dove è descritta la costruzione delle capanne con struttura lignea e tetto in paglia, dalle quali la masun di Stazzona si differenzia solo per l’evoluzione tecnologica: alle pareti lignee si sono sostituiti muri in pietrame. Se parliamo di testimonianze pittoriche, poi, non posso che pensare al Morazzone, che in un pregevole dipinto, sempre nel ‘600, raffigura gli appestati ricoverati in strutture simili.

Il Museo Etnografico di Tirano. Intervista

Un luogo, una storia, un progetto. Quello del Museo Etnografico di Tirano. Un museo che con le sue raccolte ha l’ambizione di costituire solamente la parte visibile di un sommerso e capillare lavoro di ricerca sugli usi e costumi del mondo popolare locale a cui si dedicano con passione gli studiosi che operano nel suo ambito. E un conservatore, Bruno Capponi Landi, che con passione e competenza si dedica alla sua cura e promozione. Proprio con lui diamo il via alla conoscenza del Museo e della storia che ha portato alla sua costituzione.

 Il Museo Etnografico Tiranese è il “prodotto conclusivo” dell’attività di un sodalizio culturale giovanile sorto a Tirano nel 1962 allo scopo di offrire una sede autogestita, non confessionale né partitica al libero dibattito. Esaurita nel giro di dieci anni la sua carica iniziale e pressoché sostituiti tutti i soci, il sodalizio sembrava avviato a concludere la sua esperienza. A ridare slancio all’attività giunse il nuovo interesse per la cultura locale, che stava accendendosi un po’ ovunque sull’onda della ripresa degli studi etnografici e della connessa produzione editoriale. Quando nei primi anni Settanta la Regione Lombardia varò le prime leggi sulla cultura il sodalizio possedeva già una raccolta di documenti sulla civiltà contadina e montanara valtellinese esposta nella sua sede. Da lì alla fondazione del Museo il passo fu breve.

Come si colloca il Museo nell’ambito del territorio valtellinese?

Niente di più legato al territorio di un Museo Etnografico. Il nostro poi nasceva nell’antico albergo costruito nei primi anni del ‘500 presso la basilica-santuario dell’apparizione della Beata Vergine di Tirano: il luogo simbolo della religiosità valtellinese e al tempo stesso il massimo luogo di identificazione collettiva popolare della valle. Se infatti dal santuario veniva il consolante messaggio trascendente, legato a uno straordinario evento di natura religiosa, dall’andamento delle fiere di merci e bestiame che si svolgevano annualmente nella sua grande piazza era dipesa per secoli l’economia della intera valle. Tirano e il suo santuario sorgono infatti nel massimo crocevia della provincia che permette di muoversi non solo sull’asse viario Bormio-Milano, ma anche di scendere dall’Aprica lungo la Val Camonica o di raggiungere l’Engadina attraverso la Valle di Poschiavo e il Bernina.

Non c’era proprio un luogo più adatto per costituire un museo per documentare e studiare la cultura popolare valtellinese.

Quale sede per il Museo Etnografico?

Dal 1990 il Museo ha sede nella Casa del Penitenziere appositamente restaurata dal Comune di Tirano. Si tratta di una elegante dimora settecentesca che si affaccia sulla piazza della basilica dove sono state ordinate le raccolte. All’ultimo piano sono esposte testimonianze delle attività contadine (agricoltura, allevamento, caseificazione, trasporti), della vita domestica (in una autentica stüa è stata allestita la camera da letto mentre per la cucina si è proceduto ad una parziale ricostruzione d’ambiente). Nell’atrio sono visibili documenti attinenti il commercio (pesi e misure), la caccia, la pesca, la macellazione del maiale e l’illuminazione prima della diffusione della luce elettrica. Nel piano sottostante, oltre alla direzione, hanno trovato sede la stanza della tessitura e quella dedicata agli splendidi paramenti donati nel 1636 al santuario dal cardinale di Richelieu, primo ministro di Francia. Al piano terreno sono sistemati la saletta delle esposizioni, la stanza degli attrezzi dei mastri carraio e bottaio e dello stagnino itinerante, mentre nel più ampio locale sono stati collocati un portone intagliato, una cassaforte, la raccolta di serrature, chiavi, picchiotti e la bara da trasporto del sec. XVIII con alcuni manufatti cimiteriali in ferro battuto. Nell’interrato sono stati montati un monumentale torchio vinario con grande vite di legno ed un frantoio per la produzione di olio di noci.

Degne di nota sono ancora, una pentolina di epoca romana, un’ascia della tarda età del Bronzo  ed una splendida cassa dotale intarsiata datata 1711. Il Museo possiede anche una fototeca, una cineteca, una collezione di circa 2000 cartoline di soggetto valtellinese ed una raccolta di stampe.

Che riferimento è il museo per la ricerca in ambito locale?

 Per le attività scientifiche e di ricerca il museo si avvale di un comitato di esperti e della collaborazione dell’IDEVV, l’Istituto di dialettologia e di etnografia valtellinese e valchiavennasca, che ha concorso a fondare nel dicembre del 1999 al quale fornisce sede legale e amministrativa. Attraverso il comitato e autonomi gruppi di lavoro sono state condotte diverse ricerche alcune delle quali sfociate in mostre e pubblicazioni. Penso alla mostra dei manufatti di legno intrecciato, a mostre fotografiche, alle raccolte di proverbi, ai libri su usi e costumi. Le ricerche più importanti hanno riguardato l’emigrazione e hanno visto il Museo impegnato come centro operativo di studi e ricerche patrocinate dalla Provincia di Sondrio che hanno visto direttamente impegnati l’Istituto di geografia umana dell’Università degli Studi di Milano e le Università australiane di Perth e di Melbourne. Sull’argomento ha curato anche la pubblicazione di alcuni importanti studi e la costituzione di un archivio delle lettere degli emigranti, una straordinaria fonte di notizie. Ma naturalmente il Museo segue ricerche del tipo più svariato, in dipendenza delle informazioni che gli giungono, degli oggetti che acquisisce, delle richieste che riceve da altri musei e soprattutto nel quadro della assistenza agli studenti impegnati nelle tesi.

 Ci può parlare di qualche recente iniziativa legata al Museo?

Fra le più significative c’è senza dubbio l’attenzione costante ai rapporti con le vicine valli di lingua italiana del Canton Grigioni che si concreta in varie iniziative di scambio culturale, mostre, conferenze e incontri. Al Grigioni ci uniscono quasi trecento anni di storia comune, ma i rapporti sono intensi anche con il Canton Ticino con il quale non sono mancati  del resto storici rapporti.  Il nostro massimo impegno è ora per l’Istituto di dialettologia e di etnografia valtellinese e valchiavennasca, che il Museo ha concorso a fondare nel dicembre del 1999 al fine di assicurare la raccolta e lo studio dei termini dialettali locali che nella loro straordinaria varietà testimoniano l’identità più profonda delle comunità e portano con sé le tracce del loro percorso storico. Con l’apporto determinante dell’Assessorato alla cultura della Regione Lombardia e della Provincia di Sondrio abbiamo avviato un progetto pluriennale per la realizzazione di del “Vocabolario dei dialetti delle valli dell’Adda e della Mera” (le due valli che costituiscono la provincia). Non si tratta di una pubblicazione, ma di una banca dati informatizzata, in continuo aggiornamento in cui via via vanno confluendo i vocabolari già realizzati e i vocaboli raccolti.

Itinerari in Val d’Intelvi

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Itinerario archeologico :

  • Erbonne (San Fedele Intelvi): bivacchi di cacciatori-raccoglitori del Mesolitico recente (6500-5500 a.C.); insediamenti (probabilmente pastorizi) della tarda Età del Bronzo e dell’Età del Ferro, fino all’epoca della romanizzazione.
  • Caslé di Ramponio: castelliere protostorico dell’Età del Ferro, con radici insediative nella tarda Età del Bronzo.
  • Pellio Superiore (località cailèt, presso la chiesa di S. Giorgio): resti di recinto fortificato altomedievale, comprendente anche piccoli vani abitativi.
  • Laino (località Castello, presso l’oratorio di S. Vittore): resti di un probabile fortilizio del VI secolo; copia di epigrafe funeraria del 556 d.C.; rinvenimento di tomba di età longobarda (orecchini d’oro a cestello di fabbricazione bizantina del VI-VII sec.).

 

Il romanico intelvese:

  • S.Fedele Intelvi: parrocchiale di S.Antonio Abate, con splendido portale strombato (XII-XIII sec.).
  • Cerano: elegante campanile del XII sec. presso la parrocchiale di S.Tommaso.
  • Veglio (Cerano):  stupenda abside tardo-romanica (XII sec.), ora cappella laterale della chiesa di S. Quirico e Giovita (al suo interno antichissimi affreschi).
  • Ramponio: abside e campanile protoromanici (inizio XI sec.)  nell’incantevole santuario di S. Pancrazio.
  • Scaria (Lanzo d’Intelvi): cospicue tracce di epoca romanica nell’interessantissima ex parrocchiale  di S. Nazaro e Celso.
  • Ponna di Mezzo: oratorio di S.Bartolomeo (rimaneggiato), restaurato da APPACUVI.

 

 Il quattrocento, cinquecento e Barocco intelvesi:

  • Montronio (Castiglione): camera picta con affreschi quattrocenteschi rappresentanti scene di caccia e vita castellana, unici in valle.
  • Lura (Blessagno): affreschi cinquecentesci nell’abside dell’oratorio di S. Silvestro (dipinto centrale del 1506 di G.A. De Magistris ed un interessante e raro ciclo dei mesi).
  • Scaria (Lanzo d’Intelvi): affreschi absidali del 1506 di G.A. De Magistris nella parrocchiale  di S. Nazaro e Celso.
  • Lanzo d’Intelvi: affreschi di scuola luinesca nella parrocchiale di S.Siro.
  • Claino: portale tardo-gotico (prima metà del ‘400) dell’antica parrocchiale di S. Vincenzo; all’interno la Pietà dipinta dal gentilino nel 1492.
  • Osteno: Madonna attribuita al grande scultore ostenese Andrea Bregno, custodita nella parrocchiale di S. Pietro e Paolo; nella stessa chiesa, un pregevole crocefisso ligneo del XVI sec. da poco restaurato.
  • Il  barocco intelvese:
  • Scaria (Lanzo d’Intelvi): splendidi affreschi settecenteschi di Carlo Innocenzo Carloni, contornati dai meravigliosi stucchi del fratello Diego (nativi di Scaria) nella parrocchiale di S. Maria, gioiello del Rococò lombardo.
  • Laino: splendidi stucchi del lainese G.B. Barberini (e allievi) nella parrocchiale di S. Lorenzo, che conserva anche affreschi dei Crespi di Busto Arsizio e degli Scotti di Laino; poco lontano, l’oratorio di S. Giuseppe, con stucchi di Leonardo Retti e lo splendido affresco della volta, opera settecentesca del lainese Giulio Quaglio. Visitabile su richiesta anche il Palazzo Scotti, con grande e suggestivo soffitto affrescato dal lainese Carlo Scotti.
  • Pellio Superiore: nella sacrestia della parrocchiale di S. Giorgio grande ciclo di decorazione rococò a stucco, con affreschi del pelliese Pietro Molciani.

 

La scagliola intelvese (La scagliola intelvese)

  • Castiglione: nell’arcipretale di S. Stefano sono conservati  ottimi pagliotti in scagliola policroma, alcuni dei quali del vernese Pietro Solari.
  • Casasco: nell’oratorio della Madonna del Carmine, ricco di stucchi e dipinti pregevoli, si trovano ottime scagliole.
  • Ramponio: nello splendido oratorio di S. Pancrazio si conservano due belle scagliole, opera dei maestri di Ramponio-Verna; nella parrocchiale di S. Benedetto, altari con colonne in scagliola-finto marmo, opera del lainese Paolo Caprani.
  • Cerano: il Museo dello Stucco e Scagliola raccoglie alcuni esempi antichi e moderni di opere; ne illustra la tecnica di fabbricazione e documenta molti esempi di realizzazioni storiche.

 

L’Itinerario dei  Pastori:  (trekking abbastanza impegnativo)

Sul crinale dei Monti che da Laino arrivano al Galbiga, ripercorre il probabile antichissimo itinerario dei pastori mesolitici. Offre panorami stupendi sui due laghi “intelvesi” (Lario e Ceresio), sulla Valle Cavargna, sul Monte Legnone e fino alla pianura lombarda. Per i più preparati può essere completato dal giro del Monte Galbiga, su sentiero militare della prima guerra mondiale.

Le vie della seta intorno al Lario

Introdotta nel territorio comasco, secondo la tradizione, alla fine del XV secolo, nel Settecento emersero i primi esponenti di un ceto imprenditoriale più dinamico e si misero le basi per la fioritura del XIX secolo, che in primo tempo coinvolse soprattutto l’area lecchese e le fasi della trattura e torcitura (filande e filatoi). Dopo la metà del secolo, Co­mo e il territorio limitrofo conobbero un notevole sviluppo nei settori della tessitura e della tintoria e il territorio lariano iniziò a saturarsi di opifici e fabbriche. La definitiva affermazione dei telai meccanici tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ampliò ulteriormente il mercato dei tessuti comaschi e la città si affermò come leader nella produzione della seta più raffinata, tessuta e stampata.

Le istituzioni. Como: Museo Didattico della Seta (via Valleggio 2); Istituto Tecnico di Setificio (via Castelnuovo); Museo Storico G. Garibaldi  (piazza Medaglie d’Oro); Fondazione Antonio Ratti Museo Tessile (Lungo Lario Trento 9).  Cassina Rizzardi: Centro di gelsibachicoltura; Abbadia Lariana (LC) :  Museo; Garlate (LC): Museo della Seta.

I luoghi. Disseminati un po’ ovunque sul territorio, filande e complessi serici, qualcuno ancora attivo,  sono presenti a Como (via Castellini e viale Innocenzo XI), Brienno, Lenno, Tramezzo, Carlazzo, Cremia, Pianello, Lasnigo, Asso, Albavilla, Caslino d’Erba, Canzo, Merone, Valbrona.

Il Romanico comasco

Sant'Alessandro Lasnigo E’ una variante regionale del Romanico europeo e si caratterizza dall’uso della pietra come materiale costruttivo (a volte ciottoli di fiume, più spesso pietra locale estratta dalle numerose cave del territorio), che lo differenzia fortemente dalle aree di pianura (dove è prevalente il mattone); ciò comportò una semplificazione delle strutture di copertura (nella maggior parte dei casi gli edifici lariani sono coperti da semplici tetti in legno e non da volte) e anche delle decorazioni scultoree (la pietra locale risulta piuttosto difficile da scolpire). Fra le opere: edifici ecclesiastici urbani (S. Abbondio, S. Fedele, S. Carpoforo a Como), piccole chiese del territorio rurale e montano (SS. Filippo e Giacomo di Quarcino, S. Giacomo di Spurano, S. Alessandro di Lasni­go, SS. Quitico e Giuditta di Cerano, S. Margherita di Somadino), complessi pievani con gli edifici battesimali (Galliano, Erba, Gravedona, Lenno), abbazie (Civate, Vertemate, S. Benedetto in Valperlana, Piona) e perfino qualche rarissimo esempio di architettura civile fortificata (Porta Torre a Como). Un itinerario allo scoperta del Romanico comasco è in grado di restituire anche al pubblico dei non specialisti un’immagine articolata e non convenzionale del periodo medioevale. Altre costruzioni sono visibili a Como, Isola Comacina, Ossuccio, Lenno, S. Fedelino, Moltrasio, Carate Urio, Lanzo d’Intelvi, Gotto, Porlezza, Menaggio, Cremia, Dongo, Gera Lario, Torno, Faggeto Lario, Pognana, Nesso, Bellagio,  Albese con Cassano, Albavilla,  Rezzago, Barni, Cantù, Vertemate, Mariano Comense, Cargo, Appiano Gentile, Albiolo, Uggiate Trevano.

Il Razionalismo comasco

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Nei primi decenni del Novecento le nuove tecnologie condussero alla riconsiderazione delle basi del costrui­re. Invece di continuare a ragionare in termini di forma, si comincia a mettere in primo piano la funzione a cui gli oggetti (compresi quelli architettonici) dovevano rispondere. In architettura prese piede il Funziona­li­smo o Razionalismo. A Como, i primi sintomi del rinnovamento del­l’architettura si erano fatti sentire con l’opera di Antonio Sant’Elia (1888-1916), che nell’ambito del Futurismo aveva dato vita ad avveniristiche visioni di città composte di grattacieli e strade a più livelli. Eppure solo negli anni dopo la prima guerra mondiale, un gruppo di giovani architetti e ingegneri formatisi nelle università milanesi  cominciò a inserire nella pratica professionale elementi ispirati alle più aggiornate esperienze straniere. Di Giuseppe Terragni fu la prima opera ostentata­mente razionalista della città: il Novocomum, grande edificio che all’epoca suscitò pesanti polemiche e rischiò persino di essere demolito. Suoi sono la Casa del Fascio e l’Asilo Sant’Elia, entrambi a Como. Intorno a lui crebbe un gruppo di cui fecero parte non solo architetti e ingegneri – Pietro Lingeri, Gianni Mantero, Gabriele Giussani, Mario Cereghini, Adolfo Dell’Acqua, Oscar Ortelli, Cesare Catta­neo -, ma anche pittori e scultori di matrice astratta – Mario Radice, Manlio, Aldo Galli, Carla Badiali e Carla Prina. Alcune costruzioni sono nelle seguenti località: Como (viale Rosselli, viale Puecher, Monumento ai Caduti, via Sinigaglia, via Pessina, via Mentana, via Anzani, Camerlata, via Paoli, Canottieri Lario), Cernobbio, Ossuccio, Isola Comacina, Lenno,  Tremezzo, Fino Mornasco, Cermenate, Figino Serenza, Albavilla, Erba, Lecco.

Le ville del Lago di Como

greenway-del-lago-diPercorrendo le sponde del lago vi sembrerà di sfogliare un catalogo di ville, esempi – spesso magnifici – degli stili architettonici che si sono susseguiti nei secoli passati. E sono sicura che giocherete a scegliere la vostra preferita, tra le eclettiche alle più famose neoclassiche. Anch’io ho giocato a scegliere la mia preferita! E ho deciso per villa Il Balbiano a Ossuccio, sulla sponda Tremezzina. L’ho vista alla luce del tramonto, austera in fondo a questo lungo viale di prato verde incorniciato dalle siepi perfettamente potate e mi ha ricordato le ville toscane del 1500/1600. Il Balbiano è per me un magnifico esempio di eleganza sia per la struttura architettonica, sia per il paesaggio.

Legate al fenomeno della villeggiatura, che sul Lago di Co­mo e in Brianza è di antichissima data, già in epoca romana il Lario fu teatro della realizzazione di ville sontuose. Dopo la parentesi del Medioevo, la villeggiatura tornò con il Rinascimento e nella seconda metà del XVI secolo e all’inizio del successivo furono edificate la Pliniana  (Torno), la Gallio (Gravedona), Villa Gallia (Como) e il Balbiano (Ossuccio). Massimo esempio del periodo neoclassico,  è la grandiosa Villa Olmo. Diffusesi poi sul territorio – con le concentrazioni più significative a Blevio, Torno, Cernobbio, Tremezzo (Villa Car­lotta), Bellagio (Villa Melzi è un capolavoro assoluto dell’architettura del periodo) -, numerosi sono gli edifici anche sulle pendici collinari (Erba, Anzano del Parco, Alzate Brianza, Casnate con Bernate, Fino Monrasco). Dopo la seconda metà dell’Ottocento, alle famiglie nobili si sostituirono i rappresentanti della nuova borghesia industriale. Il territorio vide lo sviluppo di nuove infrastrutture e il tardo neoclassicismo cedette il passo all’eclettismo, al revival degli stili storici (primo fra tutti quello medioevale, tra romanico e gotico), al liberty, al Razionalismo. Diverse le dimensioni e le localizzazioni e dai terreni più vicini alle sponde si espansero progressivamente alle pendici dei monti e poi ai paesi vicini, fino a trasformare radicalmente i territori di comuni come Brunate e Lanzo Intelvi. Ma è soprattutto nella quantità di ville e villini (che si aggiunsero ai numerosi alberghi) che il territorio comasco risentì di questa nuova stagione della villeggiatura, preludio al turismo di massa del secondo dopoguerra.

Ville e giardini. Bellagio, GIARDINI DI VILLA SERBELLONI, Via G. Garibaldi 8, Tel 031.950204 (i.a.t. Bellagio); GIARDINI DI VILLA MELZI D’ERYL, Via Melzi D’Eryl,  Tel. 031.950318; Como, VILLA OLMO, Via Cantoni – Tel. 031.252443; Cernobbio, VILLA IL PIZZO, Via Regina – tel. 031.511700 / 02.876139; PARCO VILLA ERBA, Via Regina 2, tel. 031.3491; Lenno, VILLA DEL BALBIANELLO, Loc. Balbianello, tel. 0344.56110 / 02.4676151 – fax 0344.55575; Menaggio, VILLA VIGONI, Tel. 0344. 361232; Tremezzo, VILLA CARLOTTA, Via Regina 2b, Tel. 0344.40405 / 41011.

VITA SUL LARIO