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A spasso per Un paese in posa…

Un paese in posa è ora una galleria fotografica a cielo aperto, un museo diffuso della fotografia e dell’emozione che consta di una serie di installazioni fotografiche in 40 punti del piccolo borgo di Barni, in Vallassina. Spazi espositivi e spazi pubblici diventano parimonio della collettività e dei visitatori esterni. Il paese è arricchito da elementi che sono sia arredo urbano sia manifestazioni di cultura etnografica e fotografica, mediante l’esposizione dei 40 ritratti con i 40 oggetti della tradizione contadina.

Partecipare alla costruzione di un progetto come quello della galleria fotografica all’aperto è stato un gioco e un’opportunità per il paese che ha visto la collaborazione di moltissime persone, oltre che un gesto di amore per questo territorio.

Per questo vi consigliamo di visitarla! Assolutamente da non perdere.

Un paese in posa, Barni
Un paese in posa, Barni

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Barni. Un paese in posa

Giulia Caminada, Un paese in posaGiulia Caminada, Museo delle cose perdute

Parlare di comunità che senso ha ai nostri giorni? In bilico fra quello che è e quello che sarà per rielaborare il passaggio ed accettarlo.

Fotografare la comunità è fotografare la nostalgia di ciò che è passato, finito. La nostalgia preserva l’identità e aiuta a elaborarne una nuova.

Alias il paese è il nido vuoto che facciamo vivere dentro di noi attraverso la nostalgia. Per questo fotografare un paese è fotografare la nostalgia. Barni. Un paese in posa è’ un’operazione culturale per parlare di identità culturale, per testimoniare un passaggio: quello al mondo globale.

Immagini seriali in bianco e nero. Posa singola o di piccolo gruppo in un angolo della piazza. Il partecipare a questo progetto è una scelta che implica l’appartenenza, il sentirsi parte di un paese, di un nido vuoto, che viene costruito attraverso la macchina fotografica.

LASNIGO TRA SCRITTI E MEMORIE

Giulia Caminada, Lasnigo tra scritti e memorie, Comune di Lasnigo_850x768

Di Lasnigo potrebbero balzare all’attenzione che ha dato i natali al prevosto Carlo Mazza, autore a fine Settecento delle Memorie storiche della Vallassina; il recente restauro della chiesa romanica di Sant’Alessandro; il suo legame con Giovanni Testori; il traguardo del Circuito del Lario e Valassina nella prima metà del Novecento; la nota di Carlo Emilio Gadda al primo capitolo, parte seconda, della Cognizione del dolore; il ricordo al paese di Michele Moretti, alias Pietro Gatti, passato alla storia come l’uomo il cui mitra è servito a giustiziare Benito Mussolini; la Conca di Crezzo da dove si può ammirare lo stupendo panorama del Lago di Como verso Lecco e sulle Grigne. Lasnigo tra scritti e memorie di G. Caminada e A. Cappellini è un approfondimento di un lavoro svolto dal settembre 2007 al dicembre 2008 da due classi della Scuola Media Giovanni Segantini di Asso. Raccontano il viaggio fatto dai ragazzi delle classi II B e II C (alla fine del lavoro ormai classi terze) alla ricerca delle piccole cose, preziose tracce della cultura e dello spirito di un luogo che Lasnigo ancora conserva. È un viaggio nello spazio, tra le vie del piccolo paese di Lasnigo in Vallassina, ed è un viaggio nel tempo, lungo la linea immaginaria che dai tempi più antichi giunge fino al XXI secolo. Zaino in spalla, macchina fotografica, quaderno per gli appunti, fermata dell’autobus e Lasnigo svela segreti e bellezze nascoste da raccontare poi su quaderno e grandi cartelloni: questo, in sintesi, il lavoro svolto. Ad ogni viaggio seguivano incontri tra le classi che facevano emergere non un paese invisibile o inventato, ma un paese reale e concreto. Che tutti conoscono ma che pochi vedono, che tutti percorrono ma nessuno guarda. E che nessuno ascolta. Per le classi che vi hanno lavorato è stato essere dentro un progetto e il momento dell’analisi creativa di un progetto è l’assimilazione dei contenuti. Così ci siamo impregnati di Lasnigo e della sua storia e l’abbiamo fatto ricercando e ascoltando chi ci parlava del paese: le persone che il paese l’hanno vissuto sin dalla più tenera età e gli scrittori che da centinaia di anni a questa parte hanno scritto qualcosa sul paese stesso. Certo, perché Lasnigo un libro che raccontasse la sua storia non l’ha e noi abbiamo provato, con questa ricostruzione bibliografica, a cercare di parlare di Lasnigo attraverso alcuni scritti che, in anni più o meno recenti, l’hanno preso in considerazione. Quelli per lo meno più conosciuti. Il libro è una rielaborazione approfondita degli argomenti trattati in classe con i ragazzi e propone diversi livelli di lettura: quello tradizionale, della ricostruzione bibliografica con svolgimento logico degli argomenti e quello delle immagini, con vecchie fotografie ritrovate o fatte per il libro dal Gruppo Immagine di Pusiano. Abbiamo così raccolto un intreccio d’informazioni che accostate una dopo l’altra formano una nuova unità. Una prima riflessione per la storia di Lasnigo che deve ancora essere scritta, scavando in primo luogo negli archivi comunale e parrocchiale. Il lavoro ha mosso da un’indagine che potenzialmente ha un grande valore scientifico per giungere ad un obiettivo principalmente didattico. Non è facile conciliare queste due dimensioni ma, in fondo, quello che il laboratorio intende trasmettere è l’importanza di un adeguato rispetto, che si traduce in una divulgazione seria e approfondita, del materiale raccolto con impegno da parte dei giovani allievi. Con questo libro vogliamo restituire quest’esperienza agli studenti della scuola media di Asso e alle loro famiglie, ai bambini e ai ragazzi che ogni giorno percorrono il nostro territorio senza più saperlo guardare, alla comunità di Lasnigo, a quanti si ritrovano nel nostro progetto e apprezzano le metodologie di collaborazione scuola-territorio: per aver cura dei luoghi di appartenenza, per migliorarli e per restituire agli individui lo statuto di cittadinità. Questo è stato possibile grazie alla grande sensibilità del sindaco di Lasnigo, Patrizia Mazza, e del dirigente scolastico della scuola media di Asso, Mario Berardino, che da sempre hanno creduto nella concreta collaborazione fra enti e istituzioni e nella sperimentazione di modalità nuove di apertura al territorio; alla condivisione del progetto con il professor Alessandro Cappellini con il quale ho quotidianamente condiviso la progettazione del percorso educativo-didattico e il lavoro concreto con le classi e alla collaborazione con il grafico Germano Porro. Info: Comune di Lasnigo.

Giulia Caminada 

Uomini, cose e parole. Intervista a Remo Bracchi

Dentro le “parole”. Quelle che sapevano dei giorni e delle notti, che si appoggiavano ruvide o lievi sui fatti della vita. Parole che erano uscite apposta da cose, luoghi e persone per designarle e parlare di loro. Antiche come la terra e gli uomini che le hanno generate. Semplici suoni con la forza di parlare della vita e della morte, di sondare tutti i più profondi stati dell’animo di un uomo. E proprio per parlare di “parole”, a cucirne le fila, Giulia Caminada, studiosa di lingue e tradizioni popolari intervista Remo Bracchi, valtellinese, presidente dell’Istituto di Dialettologia e di Etnografia della Valtellina e Valchiavenna (IDEVV), ordinario di glottologia presso l’Università pontificia salesiana di Roma. Alias, il N° 1 per quanto riguarda lo studio del lombardo occidentale.

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Don Remo, nei suoi numerosi studi è sempre presente la tensione tra parole e uomini, cose, territori. Uno dei suoi ultimi lavori riguarda l’attenzione alla valle del Reno e al Faldo e è tessuto di parole e di uomini che sono portatori di queste parole. Che cosa possono dire ancora oggi queste “parole” plasmate dal tempo e dai luoghi…

Le novità facevano un tempo fatica a risalire la valle del Reno. I rumori più grandi e insistenti non erano quelli della nostra civiltà affannosa, che si abbattono sui timpani e trasmigrano lontani, senza lasciare alcuna traccia nel cuore. Allora parlava il fiume con il suo fragore contenuto nel tempo della magra, col suo scroscio tumultuoso nella piena. Parlavano i tuoni, franando come rovine inarrestabili verso le forre. L’immaginario collettivo dava una figura a tante voci trascorrenti invisibilmente. Così il cielo, le foreste, le strade percorse dal vento, gli inghiottitoi erosi nei secoli dai torrenti si popolavano di creature fantastiche, pronte a balzare vive dai loro giacigli segreti.

Ma in pochi decenni ci siamo trovati di fronte a mutamenti sociali profondi che hanno cambiato i connotati della realtà…

La realtà presentava allora una dimensione supplementare scavata in profondità, che ora non esiste più. Ora tutto tende a limitarsi alla superficie. Dal fondo delle cose non sale più nessun suono, come da uno specchio d’acqua immobile, senza spessore. Il nostro tempo si accontenta del barbaglio che colpisce l’occhio e si rifrange altrove. Negli angoli rimasti più intatti, la capacità di avvertire il battito profondo delle cose si è prolungato come una proprietà istintiva, che si è in altre parti atrofizzata. Il Faldo può essere considerato una di queste terre privilegiate, o almeno lo poteva fino verso la metà del secolo scorso.

Le parole si sedimentano nella memoria delle persone, fino a diventare loro stesse quella persona, quasi a identificarla. Un intreccio di uomini e di parole che aprono squarci su un mondo che in pochi anni abbiamo superato… Per qualcuno “forte” è stato l’impatto con il “mondo nuovo”…

L’arrivo della luce elettrica, dopo la seconda guerra, era ancora interpretata come un fenomeno quasi magico. Abituato a scrutare soltanto la fiamma domestica agitarsi nel focolare, il vegliardo Angelo Marchioni, nonno dell’attuale nipote che porta lo stesso nome, definiva la corrente come fiàma su per fil “fiamma sul filo”. Egli osservava con una curiosità esitante e quasi incredula il lento imbiancare fino all’incandescenza dei filamenti delle prime lampadine, rappresentandoselo nella propria immaginazione come una salita faticosa della fiamma lungo i cavi tesi dalla centralina improvvisata nel vecchio mulino sul Limentra, incassato nella valle, fino alle case distribuite sui poggi. Novità di altra natura, avvertite come estranee a un mondo piccolo e ordinato come il più prezioso cimelio di famiglia, facevano esclamare all’austera anziana Lucia Nanni, in preda allo scoramento: Vègna bòmba ògni caméin! “Cada una bomba su ogni camino!”.

Ci racconti di questi uomini che le hanno “parlato” del loro mondo.

La signora Clotilde Lodovisi, rimasta sempre ancorata al proprio ambiente, ne aveva assorbita la saggezza venuta da giorni lontani. Al Faldo si guardava a lei come a un punto di riferimento sicuro, capace di garantire la genuinità delle tradizioni dei padri e di tramandarle intatte, con la stessa trasparenza di fondale con cui le aveva ricevute. La sua presenza serena e allegra per temperamento ereditato da generazione in generazione, in mezzo ai ragazzi del Faldo e dintorni, contribuiva a inserirli nel modo più spontaneo, quasi per un prodigio che avesse arrestato il defluire dei giorni, nel grembo fecondo del passato, fattosi tumido attraverso il diramarsi delle famiglie, fino a quello più remoto, quel tempo di un tempo impregnato della sapienza che gli avi avevano prodotto come un tessuto, intrecciando abilmente tra loro avvenimenti e riflessione. Quando un piccolo cadeva o era punto da un insetto, o si scottava per essersi troppo incautamente avvicinato alla fiamma, la Clotilde sfiorava leggermente con la sua mano la parte dolorante, ripetendo ritmicamente, quasi cantillando, la magica formula, che ai bambini doveva suonare come un ritornello solenne e di sicura efficacia curativa: Medgìna, medgìna, / mèrda ed galìna, / mèrda ed cucù: / la bùa an gn’è piò! “Medicina, medicina, sterco di gallina, sterco di cucù: il male non c’è più!”. L’attenzione dell’infortunato sottratta così inavvertitamente dal suo ripiegarsi sulla parte ferita, e catturata dalla gestualità e dalla apparente sacralità del formulario, allentava la sua presa e rendeva possibile il miracolo: la bùa era veramente dimenticata!

Tra i dolori non causati da qualche accidente improvviso, alcune affezioni consigliava il ricorso a qualche persona pratica di scongiurarla. Ne ha raccolto testimonianze al Faldo?

Uno di queste era l’orzaiolo. Il rito prevedeva nella sua forma più schematica, una segnatura, diversamente modulata da zona a zona, e la pronuncia di una formula, quasi sempre contenete qualche parola incomprensibile, sostituita in genere da una preghiera dopo la sua confluenza nella grande fiumara dell’esaugurazione cristiana. Secondo la testimonianza di Giovanni Lodovisi, figlio della Clotilde, il rituale previsto al Faldo si svolgeva senza l’impiego di quegli ingredienti estranei, che spesso figurano altrove: Mé méder la m’ géva che tènta źé(n)t ch’ la ciapéva l’orźaiól la ‘ndéva da lé per fésel eśgné. La m’ géva che la s’ féva guardè bé(n) int i òc’ e intè(n)t che la śgnéva cò(n) e pòlic’ ed la mè(n) dèstra bagnà ed salìva tri sègn ed crós sóvra a l’orźaiól, la dgéva un’oraziòn. A la féin dla śgnadùra, la spudéva sóvra a l’orźaiól què(n)t méno a s’ la sptéva, té(n)t da fèl armàgner spaurè, perchè e spavé(n)t e féva artorné indrè l’orźaiól. A dét ed la gé(n)t l’orźaiól al ciapéven quéi che i féven di śguért sotòc’ maliziós. Quènt a s’incontréva un quaidùn ch’ l’avéva ciapà l’orźaiól, a s’ toléva in gir e a s’ dmandéva co malézia: A cuś’ét guardà, per fét gnì l’orźaiól? “Mi diceva mia madre che molti ai quali spuntava sulla palpebra un orzaiolo venivano da lei per farselo segnare. Mi diceva che si faceva fissare intensamente negli occhi, mentre ella andava tracciando tre segni di croce con il pollice della mano destra intinto nella saliva sopra l’orzaiolo. Accompagnava il gesto con un’orazione. Al termine della segnatura, quando il paziente meno se l’aspettava, sputava improvvisamente (a labbra chiuse) sopra l’orzaiolo, in modo tale da farlo spaventare, perché si riteneva che lo spavento facesse retrocedere l’orzaiolo. Al dire della gente, l’orzaiolo colpiva coloro che avevano lanciato sottecchi degli sguardi torvi, inquinati da qualche malizia. Quando si incontrava per strada qualcuno che ne era stato affetto, lo si canzonava e gli si poneva la domanda provocante: Cos’hai guardato, che ti è cresciuto un orzaiolo?”.

Quli erano i rituali  legati alla “guarigione” da questo male?

La rubrica non scritta impone di usare la mano destra nella segnatura, di tracciare tre segni di croce con il dito pollice sull’orzaiolo, mentre la formulazione della preghiera è lasciata all’iniziativa personale. È evidentemente il ricorso a persona esperta che assicura l’efficacia più piena alla parola ritualmente pronunciata. I dettagli che emergono sono tutti particolarmente significativi. La mano destra simboleggia la potenza. Quella sinistra è di malaugurio, indica la parte destinata ai maledetti e viene linguisticamente definita come debole, stanca, obliqua o scongiurata con eufemismi intesi a neutralizzarne la negatività. Il tracciato della croce, prima di diventare il segno cristiano per eccellenza, era già da tempo immemorabile un simbolo di rappresentazione dell’universo nella sua totalità, sintetizzata nella direzione dei quattro venti. Il pollice è il dito che gode della considerazione più alta. Il vescovo lo usa allo stesso modo nell’unzione col crisma ed è probabile che alla ripetizione di un gesto così sacro e antico si attribuisca gran parte della potenza esorcistica che ci si attende dalla segnatura. Opposto e solitario nei suoi movimenti rispetto alle altre dita della mano, il pollice assicura la presa e quindi il dominio sull’oggetto afferrato.

E il ricorso alla saliva?

Prodotta dalla bocca dell’uomo, si presenta come una secrezione dotata di potere magico o soprannaturale. Al tempo stesso simbolo di creatività e di distruzione, unisce impastando e dissolve sciogliendo le sostanze masticate, disinfetta e corrompe. Gesù ha curato il cieco con la propria saliva. Lo sputare è un gesto apotropaico particolarmente forte e fantasticamente icastico. Ridotto puramente a simbolo, in forma asciutta, quasi un soffio prodotto da un ‘esplosione delle labbra, esso conserva però senza attenuazione l’intera sua carica di rifiuto totale. Nel rito battesimale primitivo, dopo essere saliti dalla vasca battesimale in direzione dell’oriente, i cristiani si volgevano indietro sputando. Era il segno concreto della loro rinuncia a Satana e a tute le sue opere.

Che cosa ci dice dello “sguardo torvo e malizioso è stato all’origine del malanno”?

Un particolare da non lasciar cadere nel rituale del Faldo è quello dell’incontro degli sguardi tra chi è affetto dall’orzaiolo e chi intende compiere la pratica di allontanarlo. Lo sguardo teso e limpido ne diventa l’antidoto. «Che cosa hai fissato?», era la domanda. L’impurità che aveva intorbidita la pupilla come un piede di animale sprofondato in una sorgente doveva permettere alle particelle vorticanti di adagiarsi sul fondo e consentire di nuovo alla luce di entrare a rasserenarla. Tra causa ed effetto non c’era stata concatenazione diretta, ma una trasmissione per osmosi attraverso l’anima. La rimozione del male doveva avvenire ripercorrendo un cammino identico e opposto. Una compiacenza torbida aveva ristagnato nell’occhio, simile a fango in sospensione. Ora occorreva “spaventare” l’inerzia del male, come uno sbocco improvviso di acque limpide. Ma è dietro quel verbo, applicabile in senso proprio soltanto a un vivente capace di rendersi conto delle proprie reazioni, che pare di cogliere una profondità remotissima e non più facilmente accessibile. L’affezione annidata nell’anima prende così i lineamenti di un animale in riposo, che occorre spaventare perché lasci il proprio covile.

Ci può spiegare il legame da lei attribuito all’orzaiolo con il “caprone”?

Alcuni nomi attribuiti all’orzaiolo sulla sponda opposta del grande impluvio padano, ci tratteggiano l’altra pala del dittico. L’escrescenza sulla palpebra a forma di “chicco d’orzo” è detta in Valdidentro (Isolaccia, nell’Alta Valtellina) bóc’, a Bormio e in Valdisotto béch. Entrambe le voci suonano (o suonavano) identiche a quelle che, nelle rispettive aree, designano il “caprone”. Se si accogliesse senz’altro l’equivalenza, si giungerebbe immediatamente al primo profilo iconografico. Ma è proprio l’apparente estraneità dei due referenti, qualora li releghiamo all’interno della nostra cultura, che impedisce di cogliere la parentela motivazionale tra essi. Discendendo il corso dell’Adda, le coincidenze fonetiche tra le denominazioni dell’orzaiolo e del caprino si affoltano e si fanno del tutto esplicite, senza concedere spazio alcuno all’equivoco: grosino béch “caprone” e “orzaiolo”, tiranese cabrèt “orzaiolo”, tellino cabrét “orzaiolo” e parallelamente uzöl “orzaiolo” e “capretto”, tartanolo caurèt, cauritìi “orzaiolo”, certamente diminutivi di caura “capra”. Un tipo per ora singolarmente isolato, ma solidale con i dati che si sono qui raccolti per quanto riguarda l’uso della metafora animale, è il comelicano sardèl “orzaiolo”, formazione dedotta da sarda “sardina, sardella”. Non mancano altrove di fare la loro comparsa referenti animali di altre specie per indicare l’escrescenza all’occhio, come nel logudorese bermidzolu, mermidzolu, murmundzolu “orzaiolo”, alla lettera “vermiciattolo”.

L’animale che si è annidato nello spirito come in una grotta tra le rocce è dunque il caprone. È quello che va allontanato perché scompaia dall’occhio il suo sigillo?

Nel latino delle glosse è attestato il plurale hircī propriamente “becchi, caproni” nell’accezione di “oculorum anguli”, cioè di “coda dell’occhio”, immagine suscitata nella fantasia dei primitivi dagli occhi torvi degli animali, qui ardore libidinis oblique aspiciunt, oculis in angulum retortis “i quali per l’ardore della libidine guardano biecamente, torcendo gli occhi verso l’angolo”. La voce greca aigílōps vale “ulcera o fistola lacrimale”, e una glossa di Esichio ci testimonia la corrispondenza aigōgaían: ophthalmós “occhio”, binomio nel quale il primo membro deriva con evidenza da aíx, aigós “capra”.

L’imbricazione dell’orzaiolo con il mondo incombente e misterioso, nascosto al di là di quello che ci circonda fisicamente, si può cogliere così facilmente da molti rituali, che una ricerca approfondita potrebbe dilatare a dismisura.

A Bormio fino ancora ai primi decenni del secolo scorso si consigliava: Quàn che l brùśgia i ögl, se ùnta su co fèl de béch o de càbra, o se ciàpa la coràda de un cabrét apéna copà e amó càlda o clépa se ghe la pìca su i ögl malà, che la càlma l bruśgiór “quando bruciano gli occhi, si ungono le palpebre con fiele di becco o di capra e si prende il polmone di un capretto appena ucciso e, mentre è ancora caldo o tiepido, si tiene sugli occhi malati, e calmerà il dolore”. A Pedenosso, quando compariva sull’occhio l’orzaiolo si diceva: al gh’é vegnì su i béch. Si applicava allora sull’escrescenza, legato ben stretto, un bel ranocchio vivo… Per la guarigione dell’orzaiolo efficace poteva essere l’anello d’oro di matrimonio della madre, passato sulla lesione disegnando una croce. C’era chi faceva guardare il bambino colpito dal béch attraverso il collo della bottiglia dell’olio. Lo si riteneva da parte dei più creduloni un rimedio portentoso. Per al béch i me fàan vardér fóra al sól de li botìglia vérda de védro ‘per guarire l’orzaiolo ci facevano fissare il sole attraverso il vetro verde delle bottiglie’… A Pedenosso cóntra al béch i ghe tiràen fóra un pelìn de l’ögl, che iscì al scioràa ‘veniva strappata una ciglia dalla palpebra così da permettere un drenaggio dell’infezione’». In modo analogo a Bologna si riteneva che, per far retrocedere il furuncolo insistente sulla palpebra, detto laźarén, e impedire che giungesse a suppurazione, si dovesse recitare, la mattina a digiuno, sputando tre volte per terra, la formula: laźarén futó, / tòurna indrì indùv t i vgnó! “orzaiolo fottuto, ritorna donde sei venuto!”. Oppure, sempre la mattina a digiuno, guardare dentro l’ampolla dell’olio; o ancora fargli sopra un segno di croce con una fede matrimoniale.

Perché l’anello?

L’anello è già in se stesso simbolo di perfezione a motivo della sua forma. Per il metallo del quale è composto, in genere prezioso, si riteneva dotato di alto potere apotropaico. Non è inoltre da escludersi che proprio il ricorso alla fede matrimoniale implichi un antidoto contro gli sguardi lubrichi, che spesso si devono considerare i responsabili delle infedeltà coniugali.

A Rescascìa, sul Bregagno.

Alpe Rescascia

La meta è Rescascìa, sulle pendici del Bregagno, percorrendo la strada che poi porta a sant’Amate e a Nesdà. Un sentiero agile a pulito che conduce ai 1400 metri dell’alpe dove sono collocati quattro edifici di sassi contornati da ripidi pascoli. C’è una piccola casa dove scorre l’acqua: la ghiacciaia dove si tengono le conghe col latte appena munto, prima della sua lavorazione per diventare formaggio. C’è un’abitazione composta da cucina e stanza. Nella cucina, sopra il frigo, in bella mostra un palco di cervo. Un’enorme campana di rame con un bel collare è appesa un filo che corre quasi rigido lungo il soffitto, si porta in centro al locale, sopra il tavolo, lungo il quale corre un filo elettrico che termina con il collegamento a una lampadina che scorre lungo il filo rigido, su una carrucola. Sull’ingresso c’è un uomo, al quale chiediamo di acquistare un po’ di formaggio. È il Petti, Carlo. Chiama Mustafà che ci conduce in un altro edificio lì vicino, composto da due piani: sotto, una cantina alle cui pareti corrono mensole di legno dove sono posizionate forma di formaggio a maturare. Continua la lettura di A Rescascìa, sul Bregagno.