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Teresa Ciceri Castiglioni al Museo Giovio di Como

Teresa Ciceri Castiglioni è un’agronoma illustre, amica di Alessandro Volta, vissuta a Como nella seconda metà del ‘700. Di lei non ci era pervenuto alcuno scritto autografo ma negli ultimi anni è stato ritrovato nell’Archivio Notarile di Stato il testamento scritto di suo pugno. Teresa è una donna che ha avuto un ruolo nell’agronomia lombarda, riconosciuto anche dal governo austriaco di Maria Teresa: promosse l’arte di ” pettinare, filare, torcere e tessere a maglia la scorza di lupini” come scrisse Maurizio Monti nella sua Storia di Como.  Mise a punto un sistema per ricavare filo da tessere e fare tela dai lupini, una leguminosa della famiglia delle papilionacee, frequente nei terreni acidi, e si prodigò per la diffusione, fra i contadini delle sue tenute, della coltivazione dei pomi di terra, le patate, promossa dallo stesso Volta. Per questa sua scoperta, ma soprattutto per aver introdotto nel comasco la coltivazione della patata, la Società Patriottica di Milano il 1º febbraio del 1786 la nomina “Sozia Corrispondente Nazionale per le cognizioni e lo zelo rispettivamente agli oggetti dell’agricoltura e delle arti”.

L’esperimento, insieme a Volta, della coltivazione delle patate (pomi di terra), trovò un seguace in don Mario Monti, parroco di Brunate, che nel 1832 scrisse che le qualità di patate coltivate intorno al borgo erano dieci e che il dovere di fare questi esperimenti era dei ricchi proprietari di terreni.

A farla nominare membro di questa Società Patriottica di Milano fu Alessandro Volta che, in una lettera al cavalier Landriani, scrive: “…l’abate Carlo Amoretti porterà alla Società Patriottica la tela e le altre mostre di filaccia di lupini, che presenta alla medesima Società colla descrizione delle relative operazioni, la signora donna Teresa Ciceri, dama comasca, mia singolar padrona e amica…” (da Flavia Scotti nata Castiglioni). È grazie alla sua amicizia che Alessandro Volta, ospite nella sua casa di Angera, il 4 novembre 1776 all’Isolino Partegora raccolse in alcune bottiglie di gas che si sprigionava dalla palude che chiamò inizialmente aria infiammabile per poi in seguito venire classificato come metano.

Il suo testamento del 15 aprile 1820, stilato un anno prima della sua morte, ha aperto uno squarcio sui problemi economici della sua nobile e numerosa famiglia (aveva dodici figli, sei maschi e sei femmine) in continuo bisogno di denaro contante.

Di lei parlavano documenti ufficiali, relazioni scientifiche sulla filatura dei lupini presentata nel 1784, lettere di Alessandro Volta e il suo ritratto conservato al Museo Giovio di Como che raffigura una donna di florido aspetto, vestita dignitosamente ma senza sfarzo, dall’aria decisa. Sullo sfondo una ramo di lupini e dietro un foglio fitto di scrittura a ricordare la sua relazione su come trarre da questi un filo da tessere  e, accanto alla sua mano, seminascosta una medaglia d’oro assegnatale dalla Società Patriotica per il suo impegno a promuovere fra i contadini la coltivazione delle patate. Nel Museo è anche conservato un campione di tessuto da lei realizzato.

Negli ambienti del governo austriaco della Lombardia vicini a Pietro Verri incaricato dell’agricoltura, veniva individuata come una donna impegnata nella ricerca e nello studio (“Coltissima dama signora Donna Teresa Ciceri”). Figlia del conte Giobatta Castiglioni Zaneboni, si era sposata a vent’anni con un nobile quarantatreenne, Cesare Liberato Ciceri, appartenente a famiglia prestigiosa. La coppia andò ad abitare a Como centro, in un austero complesso di cinquantanove stanze. A Camnago avevano una notevole proprietà terriera di 438 pertiche e 21 tavole, le possessioni della Rienza e della Figarola, avevano servitù domestica, balie, staffieri e massari: quello che scarseggiava era il denaro liquido e per questo è ricorrente l’accensione di prestiti e l’attuazione di vendite di appezzamenti per fare fronte ai matrimoni delle figlie e fare studiare i figli (le pertiche di Camnago si ridurranno a 385).

Teresa resta vedova a quarantanove anni, nel 1799: ora tutti i suoi sforzi sono dedicati ad accasare le figlie, a recuperare prestiti e a chiudere i debiti accesi dal marito. Il testamento che  Teresa ha scritto, l’aveva affidato al genero Giuseppe Malachisio, marito della figlia Giulia. Gli eredi designati ed esecutori testamentari sono i figli Luigi e Giacomo che vivono con la madre nel palazzo patrizio in contrada Maddalena (l’attuale via Diaz): entrambi hanno intrapreso la carriera ecclesiastica, giungendo fino al canonicato della Cattedrale. Al primo posto nelle ultime volontà, secondo la consuetudine, l’obbligo di suffragare l’anima della defunta con cento messe. Poi le disposizioni sui beni. La figlia Anna, finché resterà nubile potrà godere dell’usufrutto di 1.500 lire: se però farà un buon matrimonio ( il che accadrà prima della morte di Teresa), il lascito andrà agli eredi. A questo punto troviamo una notizia che riguarda la medaglia d’oro raffigurata nel quadro. Alle figlie lascia “una possata intera d’argento bolata T.C. perché fatta con il valore della mia medaglia d’oro regalatami dalla Società patriotica di Milano”.

Questo ci dice molto del carattere di Teresa, della sua sollecitudine nei riguardi delle figlie, del suo senso pratico, della sua assoluta mancanza di vanità: una medaglia d’oro dell’Imperiale Corte non sarà mai esibita come segno d’eccellenza, né messa in cornice, né ostentata sulla persona; si è trasformata in un oggetto d’uso comune, anche se di pregio. Altre disposizioni riguardano degli orecchini di diamanti, dei fili di perle avuti dalla suocera e convertiti in un anello del valore di 100 zecchini, biancheria e vesti lasciate alla figlia Anna a una condizione: “col patto però che dia qualche cosa alla persona che mi assisterà in mia malattia”. La prima parte del testamento si chiude con un forte invito alla concordia familiare: “infine vi lascio per ultima volontà e gran desiderio di amarvi tutti in famiglia, scordandovi di tutto il passato, che così tanto ho sempre desiderato. Vi Benedico e ratifico con la mia sottoscrizione quanto scrissi di sopra. Vostra vera madre”.

Nel retro del foglio si legge un’aggiunta in data 22 ottobre 1820. Poiché la figlia Anna si era ben accasata e non aveva più necessità, Teresa destinò 300 lire “alla povera famiglia di Palermo”, quella del figlio Pietro, che aveva lasciato Como da tempo, dando scarse notizie di sé, per cercare fortuna nei commerci in Sicilia ma che, dopo essersi sposato e avere avuto una figlia, era morto in miseria nell’Ospedale dei Poveri.